di Martina Bertola

 

Riphagen è un film del 2016, diretto da Pieter Kuijpers e tratto dal libro, omonimo, scritto dai giornalisti Bart Middelburg e René ter Steege.

Se si volesse comprendere meglio l’atmosfera politica e sociale dell’Olanda occupata, una visione di questo film è doverosa.

Come il titolo suggerisce, la storia racconta la vita di Dries Riphagen, un personaggio, per sfortuna, realmente esistito.

Riphagen è conosciuto anche come l’Al Capone di Amsterdam, nomignolo che gli è rimasto addosso anche dopo un periodo di circa due anni passati negli Stati Uniti a stretto contatto con le organizzazioni criminali del posto.

L’occupazione dell’Olanda da parte dei nazisti per Riphagen, e per molti come lui, ha significato una grande opportunità per arricchirsi.

Come si capisce bene dal film, non c’entra il credo politico, nè l’ideologia. Riphagen sfrutta semplicemente a suo vantaggio le leggi razziali, ingannando gli ebrei, guadagnandosi la loro fiducia con la promessa di aiuto, per poi impadronirsi dei loro beni, alle spalle dei tedeschi, e denunciarli infine alla SD, la polizia collaborazionista.

L’uomno mise da parte una vera e propria fortuna, per di più in gioielli e pietre preziose, che racchiuse in banche del Lussemburgo.

Jeroen van Koningsbrugge, interprete di Dries Riphagen, riesce perfettamente a restituire questa capacità manipolativa del personaggio, in grado di adeguarsi a qualsiasi situazione, di avere sempre le giuste conoscenze e i giusti agganci, di essere un bugiardo professionista in grado di ingannare chiunque sia al potere. Riphagen è sicuramente l’emblema dell’egoismo e dell’individualismo, capace di sfruttare ogni occasione a proprio vantaggio. Nel momento in cui la Resistenza sconfisse i nazisti, infatti, è pronto a denunciare, senza scrupoli, molti di quelli che un tempo erano suoi amici e, grazie ai suoi preziosi contatti, scappò per rifugiarsi in Sud America dove divenne intimo amico e consigliere di Peròn.

Quando finalmente venne emesso nel 1988 un mandato di arresto nei suoi confronti da parte dei Paesi Bassi, si scoprì che Riphagen era già morto in una clinica privata in Svizzera più di dieci anni prima.

Il film di Kuijpers, però, oltre a raccontare la vita di questo criminale di guerra, riesce perfettamente a restituire la difficoltà e l’ambiguità di quegli anni, mostrando le diverse reazioni del popolo olandese. C’è chi guardò alle deportazioni con indifferenza, citando le voci che accusano i banchieri ebrei di aver causato il crollo di Wall Street del ’29, chi s’impegnò con la resistenza o s’impegnò per nascondere gli ebrei e chi, invece, preferì collaborare con i tedeschi pur di far carriera.

Il film evidenzia anche il modo subdolo in cui i nazisti, in un continuo gioco di minacce e tradimenti, sono stati in grado di mettere gli uni contro gli altri i membri della resistenza o gli ebrei stessi, tanto che alla fine divenne sempre più complesso comprendere chi fosse dalla parte giusta e soprattutto quale sia la parte giusta. L’unica merce di scambio che conta sono le informazioni, ma è difficile comprendere quale siano quelle vere o quelle false, e allo stesso tempo il concetto di verità, nella sua forma più ambigua, diventa labile.

Anche la giustizia è soggetta a interpretazione. Quando i tedeschi sono sconfitti si cercò di punire coloro che avevano collaborato ma come distinguere senza errori tra giustizia sommaria, giusti processi e capri espiatori?

Riphagen è un film ben interpretato, ben scritto e ben girato, in grado di tenere lo spettatore con il fiato sospeso e di trasportarlo all’interno di un terribile capitolo della storia.