The Netherlands, an outsider's view.

The Netherlands, an outsider's view.

FOCUS

Zwarte Piet sì, Zwarte Piet no. Cosa si nasconde dietro uno dei miti olandesi?

Le origini della figura di Zwarte Piet si perdono nella notte dei tempi. Un'opacità che ci parla però del modo in cui pensiamo la convivenza, l'inclusione e l'identità



Dagli anni ’30 in poi di acqua nei canali ne è passata. Il dibattito sulla figura di Zwarte Piet – il servo dal volto nero e clownesco aiutante del portatore di doni San Nicola – ha vissuto momenti di silenzio, un moderato dibattito subito dopo l’indipendenza delle ex-colonie, contestazioni sempre più virulente negli ultimi anni.

La questione è apparentemente limpida: il carattere razziale e razzista di Zwarte Piet. 

Contestare o adorare Zwarte Piet?

Nel 1927 a Rotterdam si registrò il primo caso dell’utilizzo di Zwarte Piet come insulto razziale: in un processo per un reato violento, l’imputato alla corte dichiarò in sua difesa che per strada riceveva costantemente insulti come “Zwarte Piet” o “Monkey Brand”. Nei decenni successivi sono stati segnalati incidenti simili.

Nel 1930 Herman Salomonson sulle pagine del De Groene Amsterdammer dedicò – nel famigerato “neger-nummer” – un approfondimento agli stereotipi razziali, in cui furono espresse anche molte critiche alla figura di Zwarte Piet. Anche i soldati afro-americani di stanza nei Paesi Bassi alla fine della seconda guerra mondiale protestarono contro la figura del servo nero. Nel 1968 Riet Grünbauer, residente a De Bilt, pubblicò un pezzo di opinione in cui si opponeva alla “vecchia tradizione dello schiavo negro”.



A partire dagli anni ’70 la critica a Zwarte Piet ha assunto un carattere strutturale, in parte perché le organizzazioni surinamesi nei Paesi Bassi hanno iniziato a concentrarsi su questo tema.

Se anche ci si limitasse all’ultimo decennio, dalle manifestazioni del 2011 contro l’arrivo di Sinterklaas a Dordrecht ne son successe di cose: nel novembre del 2014 il Consiglio di Stato votò a favore del sindaco di Amsterdam e dell’organizzazione Pietengilde – un’entità che promuove la figura di Zwarte Piet – a proposito del diritto di rifiutare o meno l’intocht di San Nicola a causa della connotazione razziale del suo aiutante.

Prima ancora della questione giuridica, il problema Zwarte Piet era stato affrontato su un piano culturale: da una ricerca condotta nel 2010 sulla centralità di Sinterklaas nella cultura olandese dal “Centro per il folclore e l’eredità intangibile” (Nederlands Centrum voor Volkenkunde en Immaterieel Erfgoed – VIE), l’associazione Sint Nicolaasgenootschap aveva provato a far inserire la festa di Sinterklaas nella lista di tutela e salvaguardia del patrimonio immateriale dell’Unesco, adducendo che fosse la tradizione di lunga più importante nei Paesi Bassi.



A Parigi nel novembre del 2012 i membri del VIE avevano portato un Sinterklaas in carne e ossa ma avevano “dimenticato” a casa il prode Zwarte Piet. Di fronte alla richiesta di spiegazioni, l’associazione preferì ritirare la candidatura. 

Nel 2013 Barryl Biekman, la politica e attivista dell’organizzazione Platform Slavery Past, aveva denunciato all’ONU il carattere razzista della figura di Zwarte Piet. Risultato? Una lettera ufficiale dell’Alto Consiglio per i diritti umani al governo olandese.

Soltanto un anno dopo, Pietengilde, forte della vittoria al Consiglio di Stato, riuscì a far inserire con successo la tradizione di Sinterklaas nell’elenco nazionale del patrimonio immateriale olandese.

Al di là delle vicissitudini politiche, il tema ha attirato anche l’attenzione di artisti e ricercatori. Per fare solo qualche nome: il progetto artistico Read the Masks. Tradition is not Given al Van Abbemuseum (Eindhoven) nel 2008, il progetto artistico Zwarte Piet is Racisme nel 2011 e la critica a Zwarte Piet di Verene Shepherd del Working Group of Experts on People of African Descent (WGEPAD) nel 2013 sono solo le tappe principali di un percorso ricco di esempi.

Nell’immaginario collettivo Zwart Piet non è soltanto nero ma è anche allegro, muto, sciocco e ha bisogno di qualcuno che lo guidi per mano. Se si scava un po’, si scopre che dietro si nasconde un mondo che riguarda l’idea stessa di eredità culturale così come il modo in cui si costruisce l’identità di un popolo e l’idea stessa di cittadinanza.

Anche se si perdono nella notte dei tempi, le leggende intorno a Pietro il Nero sono affascinanti. E lo sono tanto di più perché non riguardano solo i Paesi Bassi ma il modo in cui la scelta e l’adozione di una o più storie produce conseguenze reali in termini di inclusione ed esclusione delle minoranze.

Come nasce una leggenda?

Argomenti a favore o contro la tradizione cercano continuamente di strumentalizzare la vicenda in un senso o nell’altro. E hanno buon gioco perchè uno dei problemi maggiori è l’opacità della leggenda, ossia il suo essersi stratificata nel tempo.

Nel dipinto La festa di San Nicola di Jan Steen del XVII secolo, a fianco di un ragazzino discolo che ha trovato la bacchetta nella sua scarpa è contrapposta una ragazza “buona” che riceve bei regali. Sullo sfondo un uomo indica il camino a un ragazzo. Dell’aiutante ancora nessuna traccia. Del resto è soltanto in una poesia su San Nicola della fine del XVIII secolo che si parla per la prima volta di un servo. 



Anche se nel XVI e XVII non sono attestate indicazioni della presenza di un aiutante di San Nicola, la vicenda di Zwarte Piet affonda nella notte dei tempi proprio per il suo carattere archetipico del servo/aiutante,

Forse sono solo accostamenti suggestivi ma nella mitologia nordica lo stesso Odino – raffigurato con una lunga barba bianca – ha al suo fianco due corvi neri, Huginn e Muninn, che oggi giorno gli riportano le notizie nel mondo origliando dai comignoli dei camini. Nella saga islandese compare Grýla, un mostro femminile che vive sulle montagne, tradizionalmente usato in Islanda per spaventare i bambini, proprio come San Nicola delle origini. I suoi 13 figli, i Jólasveinar (ragazzi di Natale), erano soliti spaventare i bambini minacciandoli di metterli in un sacco e portarli via dai genitori; ora al contrario sono diventate creature amabili che lasciano i regali nelle scarpe appese alle finestre 12 giorni prima di Natale.

Anche nell’ “esotico” Iran, la figura di Haji firuz compare nelle strade qualche giorno prima dell’inizio di Nowruz – il capodanno persiano – per dare la buona notizia dell’arrivo di un nuovo anno. Il suo volto è dipinto di nero ed è vestito con abiti rossi, un cappello di feltro e scarpe appuntite di Giveh. Attraversa le strade della città mentre balla, canta e suona un tamburello.

Vi ricorda qualcosa?

Proprio come il suo padrone, anche le origini dell’aiutante di San Nicola sono controverse: si tratta di un demone costretto dal santo a compiere buone azioni oppure un servo moresco catturato durante le peregrinazioni del santo?

In entrambi i casi, ciò che salta agli occhi è il differente trattamento che la storia ha riservato a Nicola e al povero Pietro: se il santo ha un nome, un’agiografia, un compleanno e una data di morte esatta ed è riconoscibile come un individuo specifico, Piet è un tipo privo di una biografia che lo possa caratterizzare come persona. Il nome stesso di Piet si affermò solo negli anni cinquanta quando la festa si diffuse in tutto il paese: fino a quel momento Piet era stato Trappadoeli, Assiepan, Sabbas e Sjaak Major. Piet e Jan erano comunemente i nomi attribuiti ai servi nei Paesi Bassi. Alla fine prevalse il primo solo perché suonava meglio.



La narrativa cattolica della festa medievale di San Nicola come protettore dei bambini nasce nei monasteri medievali per celebrare l’arrivo dei novizi ed è proseguita, anche se in forma privata, dopo la svolta protestante della Repubblica olandese: di San Nicola si raccontava dappertutto ma non si raffigurava mai. Quando comparve la sua immagine nel corso dell’800 insieme a quella dei suoi aiutanti, questi erano raffigurati in molti modi, compresa l’opzione ” con pelle scura”.

In realtà, in Europa la figura del servo perfido è diffusa ovunque e affonda in antichi racconti medievali: al fianco del santo di turno compare sempre un elemento demonico ma ammansito. Il Santo benevolo è tanto più credibile proprio perché è riuscito ad ammansire il diavolo dai mille travestimenti. Piet non sarebbe altri che il demonio sconfitto: “Nero come fuliggine, con una catena al piede” (Zwarte Piet zo zwart als roet, met een keten aan zijn voet) recitava un vecchio poema. Zwarte Piet nel gergo d’olandese medievale indicava proprio il diavolo.

In Austria San Nicola è accompagnato dal perfido Krampus, una creatura spaventosa con tanto di corna e lingua rossa riccioluta. La sera del 5 dicembre, nelle feste in Austria, Baviera, Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, la sfilata si apre con il passaggio di San Nicola, a piedi o su un carro che distribuisce dolciumi ai bambini. A seguire un gruppo di diavoli inferociti, scatenati e molto inquietanti, che si aggirano per le strade alla ricerca dei bambini “cattivi”. Il krampus o la sua versione femminile Krampa – sempre però impersonificata da un uomo – ricorda di un tempo di carestie invernali quando ci si “mascherava”, o meglio ci si copriva di pelli e piume per terrorizzare e derubare i villaggi vicini



In Germania San Nicola è servito da un meschino garzone di nome Ruprecht, che in Francia e Lussemburgo è assimilabile all’orco cattivo Père Fouettard o Housésecker e in Svizzera al perfido Schmutzli.

Queste letture è molto cara soprattutto a coloro che vogliono opporsi alla connotazione di Zwarte Piet come schiavo: affermando la sua natura non umana vorrebbero cancellare ogni connessione con il razzismo coloniale. Associandolo al diavolo e recuperando una vecchissima pratica culturale paneuropea e precristiana, i sostenitori di Zwarte Piet vorrebbero anestetizzare il dibattito sul carattere razziale della vicenda sottolineando come sia presente anche in quei paesi che non hanno avuto un passato coloniale forte come i Paesi Bassi.

Inoltre, potremmo aggiungere che nel corso del XVIII-XIX secolo alla complessa iconografia del santo protettore dei bambini con barba bianca si affianca anche un Nicola Nero, che indossa una maschera e un mantello neri. Una tradizione che vive ancora oggi in qualche modo.

Da questo punto di vista, Zwarte Piet non avrebbe fatto altro che introiettare l’elemento punitivo del Santo che avrebbe dovuto minacciare i bambini cattivi. All’inizio dell’Ottocento, l’affermarsi di una nuova identità nazionale necessitava di una tradizione più uniforme: stando agli storici che lavorano su questa opzione, i nascenti valori borghesi di una funzione gratificante del santo si sarebbero innestati sul gusto orientaleggiante tipico dell’epoca napoleonica dell’aiutante moresco vestito in foggia sgargiante.



Tutte e tre queste interpretazioni “accademiche” hanno una loro legittimità anche se la stessa simbologia del volto nero è molto complessa da decifrare: dal viso annerito del persiano Haji Firuz che simboleggia il suo ritorno dal mondo dei morti come rito propiziatorio per il ritorno della vita e la fertilità dei campi alla rielaborazione “germanica” dei fratelli Grimm – a sua volta strumentalizzata dal tentativo nazista di appropriarsi della tradizione protogermanica – e alla declinazione “moresca”, non tutti i passaggi sono chiari. Ma questa è un’altra storia.

Ciò che è però fondamentale comprendere nella tradizione olandese, è il fatto che un archetipo mitico – come quello del servo dal volto dipinto di nero – abbia subito un’accelerazione razziale in un momento ben preciso.

L’influsso della tradizione americana dei saltimbanco blackfaced

Ancora oggi nei Paesi Bassi molti credono che la figura di Zwarte Piet  sia nata nel 1850 dalla penna del maestro di scuola Jan Schenkman in San Nicola e il suo servo, 13 anni prima che i Paesi Bassi, ultimi tra le nazioni europee, abolissero la schiavitù.

Ma è davvero così?

Lo scorso anno la storica Lise Koning ha cercato di mostrare come la figura dello Zwarte Piet olandese e belga si basi sulla tradizione britannica e americana dagli spettacoli dei “menestrelli” dal volto nero datati 1820, circa trent’anni prima che il Piet diventasse etnicamente connotato nei Paesi Bassi. 

In un articolo apparso a dicembre del 2018 su Tijdschrift voor Geschiedenis, la giovane storica ricorda come gli Ethiopian Serenaders – un gruppo di saltimbanchi blackfaced attivi negli States intorno al 1840 che partì alla volta di Londra dopo il successo americano che li aveva portati ad esibirsi nel 1844 alla Casa Bianca “per il divertimento di John Tyler, i suoi amici e parenti” – incarnassero esattamente lo stereotipo del menestrello nero e fossero emulati anche dagli artisti bianchi: già nel 1820 l’attore bianco Thomas D. Rice, dopo aver assistito alla performance di un artista afro-americano, decise di annerirsi il volto usando dei sugheri bruciati, indossare stracci sgargianti e scarpe bucate. 



Al di là della semplice messa in scena del “negro che balla e canta” è interessante notare a cosa sia associata tale immagine e per quale scopo: apparentemente il nero vestito all’ultima moda è un elemento deviante ed eccentrico in grado di far vivere agli spettatori borghesi e non un’esperienza esotica. Come ricorda Koning, inizialmente i serenaders si esibivano in luoghi accessibili alle classi più basse della società olandese: a Utrecht nell’auditorium accanto al teatro o in cafè come il Nieuw Koffijhuis di Rotterdam, il Locaal di Middelburg e il Milles Colonnes di Amsterdam. Dopo aver cambiato il loro nome in ‘Lantum Nigger Singers of America‘ furono accolti nei teatri reali dell’Aia e di Rotterdam.

A ben guardare, però, la figura del menestrello dal volto nero e i vestiti sgargianti ci racconta anche un’altra storia: quella della sua impossibile integrazione nella società. Prendendo spunto dalla tradizione del teatro vaudeville, l’esotico negro mette alla prova le relazioni sociali e quindi minaccia l’ordine sociale costituito che viene ripristinato alle fine dello spettacolo.

Una cosa non dissimile succede anche nel romanzo di Harriet Beecher Stowes del 1852, “La capanna dello zio Tom” (De Negerhut van Oom Tom), o meglio nelle riduzioni teatrali che si susseguirono dopo l’incredibile successo del libro. Il carattere dell’umorismo anti-emancipatorio – il desiderio da parte dei neri di civilizzarsi viene stigmatizzato dal fatto che agli occhi dei bianchi questo non sarà mai del tutto possibile – è un tratto tipico di ogni cultura dominante e serve a ribadire la distanza tra il “loro” mondo e il “nostro”.

Zwarte Piet diviene allora la figura costretta in un limbo: si differenzia dal suo mondo fatto di scimmie e cannibali ma il suo tentativo di emancipazione è destinato a fallire o a essere incompiuto. 

Ma in fin dei conti Zwarte Piet è razzista?

Mettendo da parte l’obiezione più banale usata dalla retorica pro-Piet – quella cioè dell’innocenza di una festa per bambini e dello sfortunato aiutante divenuto nero a causa della fuliggine del camino in cui è costretto a calarsi – dipende dall’estensione che abbiamo del concetto di razzismo.

Ovviamente se ci riferiamo a un’idea consapevole e intenzionale di razzismo come pratica offensiva individuale o di gruppo, non possiamo assumere che tutti gli olandesi che festeggiano Sinterklaas siano razzisti. Se ci riferiamo invece alle strutture sociali e agli stereotipi razziali inconsapevoli, Zwarte Piet costituisce un problema. Al di là delle intenzioni, come riconosce anche Het College van de Rechten van de Mens, “la figura di Piet il Nero può tracciare un’immagine stereotipata negativa, che può avere effetti discriminatori e può essere vissuta come offensiva”. Una tradizione del genere può contribuire al bullismo, all’esclusione o alla discriminazione ed è quindi in conflitto con gli articoli 2, 3 e 6 della Convenzione sui diritti dell’infanzia.

Nello statuto del Centro per il folclore e l’eredità intangibile è scritto che lo scopo dell’istituzione è di “promuovere e rendere accessibile il patrimonio culturale immateriale, stimolando e professionalizzando il settore e incoraggiando le persone a parteciparvi”. Promuovere e rendere accessibile ma a chi e per quale scopo?

Del resto se la tradizione per di più immateriale è qualcosa di dinamico, si capisce quanto sia rischioso costruire una visione musealizzata di un qualcosa che cambia nel tempo e un discorso ufficiale autorizzato che possa decidere cosa e chi includere o escludere.

Ancora oggi ragazzi e ragazze olandesi di seconda e terza generazione tentano di sciacquarsi il volto quando tornano a casa dopo essere stati insultati a scuola. Dall’altro giovani autoctoni Amsterdammer – o in qualsiasi altra città del Randstad – comprendono invece che la festa non sia tanto innocua come loro raccontato dalla più tenera età. Come dire, Cam-caminì lo spazzacamin che si ritrova con l’anello al naso, i capelli crespi e i labbroni inizia a creare più di qualche disagio.

Anche nei tolleranti Paesi Bassi verrà un tempo in cui si passerà a tracciare pubblicamente non solo profilo di una controstoria culturale del fenomeno Zwarte Piet, ma a comprendere come la nozione di un’identità nazionale pura – che non a caso passa attraverso un intreccio di sessualità e razza, un discorso su come si riproduce la nazione, dalla strumentalizzazione dei bambini che vengono chiamati in causa  a quello metaforico delle madri che accudiscono la prole – sia un feticcio, proprio come l’idea di un passato omogeneo e di un canone esclusivo che ci contraddistingue in quanto italiani o olandesi.

Non è detto che questo avvenga o che succeda a breve. Times are changing diceva qualcuno. Basterà sedersi su un canale e scommettere su quale cadavere delle due fazioni passi per primo? Oppure possiamo contribuire a costruire una narrazione completamente altra della tradizione dove ognuno sia libero di (non) festeggiare il Sinterklaas che gli pare, magari con una Santa Nicoletta queer e un aiutante bianco, sovranista e con i capelli ossigenati?






31mag.nl è un progetto indipendente di giornalismo partecipativo.
Raccontiamo gli esteri da locals, non da corrispondenti o inviati.

Diamo il nostro apporto all’innovazione nei media con news,
reportage e video inediti in italiano. Abbiamo un taglio preciso ma obiettivo.

RECHARGE US!