The Netherlands, an outsider's view.

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OPINIONE

Zwarte Piet e “white privilege”: è ora che l’Olanda affronti il suo passato

Il dibattito su colonialismo e schiavitù in Olanda è rimasto relegato ai circoli intellettuali e quelle ferite non si sono mai realmente rimarginate



di Massimiliano Sfregola

 

Da qualche anno il 5 dicembre segna non più solo una festa per i bambini ma anche il giorno della fine delle ostilità tra i supporter di Zwarte Piet, della tradizione dicono loro, e quelli del nuovo Piet la versione colorata o arcobaleno dell’aiutante di Sinterklaas. Ma quest’anno c’è motivo di credere che le proteste non finiranno con l’ultimo regalo scartato e che l’edizione 2017 della contestazione più celebre d’Olanda avrà pesanti strascichi anche in primavera, in estate e probabilmente nel prossimo futuro.

Su un punto bisogna essere chiari: la posta in gioco non è certo il colore di Zwarte Piet come per Rosa Parks non era il posto a sedere che decise di non cedere ad un bianco. I gruppi olandesi aggregati intorno ad una riflessione critica su questo controverso aspetto della tradizione natalizia non si limitano a questioni di sartoria, come ai “tradizionalisti” importa poco del make-up dei Pieten: per le minoranze olandesi si tratta di rivendicare quello spazio che padri e nonni, immigrati di prima e seconda generazione, da “ospiti”, non avevano mai osato rivendicare prima.

Molti, soprattutto gli stranieri, vedono solo il lato più superficiale della diatriba senza captare il fitto dibattito sociale e culturale che la questione ha generato. Anche in Olanda, come negli USA, si discute molto di “white privilege”, dei privilegi della società bianca e dei suoi valori imposti anche ai nativi del posto con background nelle minoranze etniche. Il movimento nei Paesi Bassi ruota intorno all’intellettuale di origine surinamese Gloria Wekker e al suo bestseller “White Innocence”: questo pensiero “revisionista” punta il dito proprio contro dinamiche simili a quella di Zwarte Piet dove retaggi culturali del periodo coloniale e dinamiche di superiorità della comunità bianca sarebbero stati il freno all’emancipazione dell’altra Olanda.

Perchè proprio ora? In molti si chiedono perchè la comunità nera si sia accorta solo ora di Zwarte Piet e delle discriminazioni. In realtà proteste contro l’aiutante di Sinterklaas se ne vedevano già negli anni ’70 ma è con Wilders e la fine del multiculturalismo che ogni frammento del complesso mosaico che compone i Paesi Bassi ha iniziato su larga scala ad interrogarsi sulla propria identità. L’Olanda di origine afro-americana ha probabilmente più conti in sospeso degli altri: il dibattio su colonialismo e schiavitù è rimasto relegato ai circoli intellettuali e quelle ferite non si sono mai realmente rimarginate.

A proposito di Sinterklaas chi ripete “è una festa dei bambini” dimentica che le tradizioni e i simbolismi ad esse legati sono creati e organizzati da adulti, per i bambini, e i messaggi che queste tradizioni veicolano sono anche essi opera di adulti. Non si tratta, quindi, di una festa dei bambini ma di una festa per bambini.

E non è un caso che dall’altra parte della barricata si rivendichi quello stesso spazio: o accettate le nostre tradizioni, oppure potete andare via. 

Il 19 novembre a Dokkum abbiamo assistito ad un salto di qualità nello scontro. Ad ogni edizione il bilancio di arresti è salito e la militarizzazione del territorio pure ma quest’anno si è raggiunto un picco preoccupante: i blocchi stradali, l’inerzia della polizia e il supporto governativo ai manifestanti pro-Piet sono segnali da non sottovalutare, piccole crepe che non lasciano presagire nulla di buono.

In Olanda il diritto di manifestare è tutelato dalla legge e dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo: non esistono zone franche e le immagini di residenti che bloccano un’autostrada impedendo sotto minaccia a 300 manifestanti di raggiungere il luogo designato per un corteo autorizzato avrebbe richiesto una risposta ferma dallo Stato. E invece il premier Rutte ha detto di “capire le ragioni dei residenti” mentre la polizia, che solo un anno fa aveva fermato a Rotterdam ben 100 manifestanti anti Zwarte Piet (il giudice ha poi dichiarato illegali quei fermi) non ha arrestato nessuno.

Se guardate bene, la manifestazione di Dokkum dello scorso weekend non è più rassicurante: per poter esercitare il diritto di manifestare c’è voluta la scorta dell’esercito. E’ accettabile che in Olanda, nel 2017, per poter esprimere la propria opinione su una pubblica piazza sia necessaria la scorta dei nuclei antisommossa?

Quello che emerge oggi è un paese diviso a metà: da un lato il Randstad, multietnico e progressista, dall’altro la provincia, bianca e cristiana. Due mondi lontani, distanti poche decine di chilometri l’uno dall’altro.

E se il motore economico del paese ha in parte recepito le osservazioni dell’ONU, che nel 2015 ha chiesto ai Paesi Bassi di sbarazzarsi di questa tradizione razzista,  la provincia non vuole saperne. Con la grottesca conseguenza che i tradizionalisti continuano a ripetere di non essere razzisti ma i loro compagni di causa sono il  Nederland Volks Unie (la “Forza Nuova” olandese), Pegida e il PVV di Wilders. Ossia razzisti, sovranisti e discriminatori con il pedigree.

 






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