di Federica Veccari

 

 

Nato nel 1955 come concorso internazionale lanciato da un gruppo di fotografi olandesi, il World Press Photo è oggi riconosciuto come la più importante vetrina del fotogiornalismo mondiale.

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Professionisti da ogni angolo del globo vengono selezionati per questa competizione per tematiche o istantanee dell’anno passato. Nella società dell’immagine l’utilizzo della fotografia come mezzo di espressione colpisce direttamente con la sua potenza visiva. In un’epoca in cui tutto si consuma rapidamente e in maniera superficiale, un’immagine può essere più eloquente di mille parole.

La competizione si divide in due parti: da un lato, il ”World Press Photo Contest” che premia lo scatto (e la sequenza di scatti) che ha catturato nel modo migliore una situazione o un fatto di interesse sociale, dall’altro, il ”Digital Storytelling Contest”, foto interattive brevi filmati. Ognuna di queste due sezioni include, poi, delle sottocategorie: ”Nature”, ”Spot news”, ”Contemporary issues”.

 

 

Accanto alla mostra, inaugurata sabato scorso, si è svolto il festival, una due giorni (12 e 13 aprile) all’interno di Westerpark, ad Amsterdam. per celebrare la ricchezza e la diversità del giornalismo visivo con presentazioni, screening, dibattiti, workshop. Tra i diversi interventi, è certamente degno di nota quello di Tina Rosenberg, giornalista del New York Times e promotrice di un nuovo approccio definito ”solutions journalism”: l’intento è quello di affrontare il “pregiudizio negatività” nei media, passando da un focus sui problemi alle storie di chi agisce.

Il vincitore del primo premio come miglior foto di quest’anno è John Moore e il suo scatto della bambina che piange al confine tra USA e Messico mentre la polizia perquisisce sua madre.