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Witte Fietsenplan: la radice anarchica della passione olandese per la bici



di Paolo Rosi e Paolo Ruffino

Il Paese che oggi ha 36 000 chilometri di piste ciclabili, negli anni ’60 aveva una mobilità ciclabile che calava del 7% l’anno, mentre nei centri storici si abbattevano edifici per fare posto al traffico motorizzato. Poi qualcosa cambiò.

“Dopo i White Plans e la reazione sconsiderata della polizia, l’opinione pubblica cominciò prima a deriderci e poi, lentamente, a conoscerci e capirci”, racconta a 31mag Run van Duijn, tra i fondatori del movimento di protesta anarchico Provo, che segnò i Sessanta olandesi.

fonte: Wiki

fonte: Wiki

Tra i “Piani Bianchi”, una serie “provocazioni” organizzate dal movimento, c’era anche il “Witte Fietsenplan”: la prima forma di bike sharing mai sperimentata in una capitale europea.

Nel giugno del 1965 centinaia di biciclette dipinte di bianco furono infatti abbandonate dai Provo per le strade di Amsterdam: una forma di protesta contro l’eccessiva presenza di automobili in città, l’inquinamento e il problema degli incidenti.

Le bici, che potevano essere usate da chiunque, vennero però sequestrate dalla polizia “perché manifestare in luoghi pubblici era vietato dalla legge; e quelle biciclette erano parte di una manifestazione”, spiega a 31mag Eric Duivenvoorden, sociologo tra i massimi esperti del periodo e archivista all’Istituto Internazionale di Storia Sociale.

fonte: Wiki

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Due anni dopo, nel 1967, un membro del collettivo Provo, l’inventore e designer industriale Luud Schimmelpennink, venne eletto al Consiglio municipale di Amsterdam e cercò d’implementare un secondo “Fietsenplan”. Il piano venne respinto, ma le problematiche legate al traffico urbano rimasero.

Fu probabilmente la crisi petrolifera del 1973, che colpì duramente i Paesi Bassi, a segnare un successivo punto di svolta nella storia della mobilità olandese. Nella Capitale come nel resto del Paese, infatti, cominciò a diffondersi quella cultura della bicicletta che ancora oggi caratterizza una delle aree più congestionate (e paradossalmente più “bike-friendly”) del Nord Europa.

 

 



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