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William Pace (Coalition for ICC): giustizia penale internazionale mai cosí condivisa

William Pace (Coalition for ICC): giustizia penale internazionale mai cosí condivisa

di Massimiliano Sfregola

aggiornamento: 17/07/2018

 

Il 17 sembra essere il numero fortunato della giustizia penale internazionale: sono passati esattamente 20 anni da quel 17 luglio 1998, quando il traguardo  di portare alla sbarra i responsabili dei più efferati crimini contro l’umanità divenne più concreto con l’adozione dello Statuto di Roma, il Trattato che avrebbe consentito nel 2002 l’apertura all’Aja del primo Tribunale Penale Internazionale permanente della storia. Qualche anno dopo, nel 2010, durante una seduta per la revisione dello Statuto dell’ICC venne scelto di commemorare il 17 luglio istituendo il World Day for International Justice: un modo per ricordare i passi avanti fatti dalla giustizia universale.

La ricorrenza di oggi è anche un’occasione per fare il bilancio dei primi 16 anni di vita dell’ICC, un progetto ambizioso che si è scontrato in questi anni con limiti di budget, ostruzione di alcuni stati e grandi interessi trasversali. “La giustizia universale è molto più forte oggi di quanto non fosse nel 2002” racconta a 31mag William Pace, portavoce della Coalition for ICC, un’organizzazione-ombrello che riunisce 2500 ONG – tra le quali Amnesty International, Human Rights Watch e No Peace Without Justice – impegnate nella promozione e nel supporto delle attività della Corte dell’Aja. “L’autorevolezza della Corte viene ora riconosciuta da tutti; un esempio è la recente “fuga” del presidente sudanese Al-Bashir dal Sudafrica per evitare l’esecuzione del mandato di cattura dell’ICC”.

Dal 2009 pende su Omar Al Bashir un ordine di arresto firmato dai giudici dell’Aja per crimini contro l’umanità in Darfour “Indipendentemente dalle dichiarazioni ufficiali, i dittatori ma anche gli Stati africani firmatari, prendono molto seriamente il lavoro dell’ICC. Ad oggi nessun Paese si ha fatto passi indietro e questo è già un grande risultato”, prosegue Pace che ricorda il successo ottenutto con la recente adesione dello Stato di Palestina, 123esimo membro della Corte. Dall’Aja, tuttavia, lamentano che non tutti gli Stati firmatari dello Statuto di Roma abbiano sempre mostrato un atteggiamento  di cooperazione: “è certamente il caso del Kenya” dice ancora Pace “che ha messo in evidenza come l’assistenza locale nelle indagini [l’ICC non dispone di una propria  ‘polizia giudiziaria’] e la tutela dei testimoni, siano certamente problemi da affrontare.”

Quanto alla pesante accusa all’ICC, da parte dell’Unione Africana, di essere un “tribunale coloniale”, Pace risponde senza mezzi termini: “Si tratta solo di speculazione politica: i casi all’attenzione dell’ICC, infatti, riguardano oggi diversi Paesi, non piú soltanto quelli africani. Senza contare che il Pubblico Ministero, Fatou Bensouda è originaria del Gambia e la presenza di personale africano che lavora al tribunale è consistente”.

Quale il rapporto tra la Coalizione e la societá civile (che in Europa conosce ben poco le attivitá dell’ICC)? “Cerchiamo localmente, con le migliaia di associazioni che simpatizzano per noi,  di promuovere il piú possibile la cultura della giustizia universale, in particolare in quei paesi dove la corruzione rischia di mettere a repentaglio le indagini. Proprio il caso di Al-Bashir, al riguardo, è significativo: è stata infatti un’associazione per i diritti umani sudafricana, affiliata a noi, ad aver presentato un esposto al tribunale di Pretoria, affinché arrestasse il presidente sudanese in esecuzione del mandato di cattura internazionale. Se il governo non avesse ignorato i suoi obblighi, a quest’ora Al Bashir sarebbe in prigione all’Aja”