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“La demolizione delle statue non solo distrugge la storia, ma fa anche la storia”, così scrive in un pezzo d’opinione l’art editor del Volkskrant Wieteke van Zeil che si dice a favore del movimento ma si chiede: “e se queste fossero state opere di Michelangelo?”

I fatti di Bristol, scrive van Zeil, hanno avuto un’analogia singolare con quelli di Baghdad: la gente è stata protagonista dell’abbattimento di un simbolo, per molti, negativo. Secondo l’art editor, il fatto che in pochi, effettivamente, sapessero chi fosse Colston non ha molta importanza: era chiaro immediatamente che si tratti di un personaggio storico controverso e su di lui non c’era giudizio unanime.

D’altronde, come dice van Zeil:  “Edward Colston simboleggia la promozione del razzismo istituzionale nella società occidentale. Razzismo addormentato, dormiente, incosciente, ma pur sempre razzista”. Razzismo che dice: oggi non è il 17° secolo, non facciamo più come allora, ma rimuovere una statua ha pur sempre il suo impatto.

La domanda non è perchè sia stata abbattuta la statua di Colston ma perchè fosse lì: “Significava molto per la città di Bristol, sì, lì costruiva case e associazioni di beneficenza, ma con i soldi che aveva accumulato attraverso il traffico di esseri umani.”, dice ancora l’art-editor del Volkskrant che si chiede: mi sono domandato come avrei reagito se le statue fossero state opere di Michelangelo o Rubens.

La questione, tuttavia, è altra: la violenza e la pazienza, dice ancora van Zeil, sono entrambe parte di una rivoluzione e mentre passa in rassegna celebri esempi di iconoclastia del passato, inclusa quella nei Paesi Bassi, di protestanti verso opere realizzate da cristiani: ” Le immagini sono le icone di una cultura, che collegano le persone all’interno di quella cultura al loro passato.

Posizionando le icone nello spazio pubblico, mantengono anche una promessa per il futuro: continuiamo a custodire questi valori, li trasmettiamo alla generazione successiva” e la distruzione dei simboli è parte di una forma di presa del potere. D’altronde il ‘900 ha visto diversi esempi di iconoclastia: dal nazismo ai Buddha distrutti dai talebani ma l’iconoclastia è un punto fermo: “Le ideologie differiscono l’una dall’altra giorno e notte, e i temi coprono l’intero spettro dal democratico al tirannico, ma il nucleo dell’iconoclastia è: la presa del potere e la distruzione del valore, sia tangibili che intangibili.”

Questa ondata di iconoclastia ha avuto un effetto rapidissimo: Belgio e Regno Unito hanno rimosso statue e annunciato di voler rivedere tutta la simbologia pubblica. In Olanda, invece, no. In Olanda le statue sono al loro posto e le autorità, con l’eccezione di Amsterdam, non sembrano interessate ad avviare alcun dibattito.

“Per parafrasare l’editorialista del Financial Times Robert Shrimsley, le immagini sono scolpite nella pietra, ma non nella storia. L’iconoclastia delle attuali proteste non è quindi solo una distruzione della storia, ma è anche storia”, prosegue van Zeil. Che conclude con una riflessione sul valore dell’arte e la forza della ‘distruzione’: il rischio che vadano perse opere di grande valore, in questi casi, è concreto. Ma in un certo senso, la ‘rivoluzione’, con qualunque significato si voglia dare al termine, non può essere moderata.