di Valerio Telesca

 

Tra il 1876 e il 1915 circa 6 milioni di italiani hanno lasciato la loro patria per emigrare nei paesi del nord Europa in cerca di una vita migliore. Tra i Paesi interessati all’ondata migratoria italiana c’era anche l’Olanda; le partenze sono state concentrate tra gli anni ’50 e gli anni ’70 e questa ondata è stata seguita da una seconda dopo la crisi finanziaria del 2008.

Secondo i dati ufficiali 44.000 italiani vivono oggi nei Paesi Bassi: una grossa fetta, tra emigrati di prima, seconda e terza generazione, vive, lavora e paga le tasse nei Pesi Bassi, contribuendo anche all’arricchimento culturale del Paese. Ma spesso queste persone vengono ancora trattate come cittadini di serie B, perché non hanno la cittadinanza. Nonostante i Paesi Bassi facciano parte dell’Unione Europea, e quindi chi ha passaporto italiano goda di un ampio set di diritti sconosciuto a chi emigrava nel dopoguerra, la situazione attuale pone comunque delle barriere a chi non ha il passaporto nederlandese.

Un argomento molto discusso nella comunità italiana nei Paesi Bassi

“Sono consapevole del fatto che prendendo la cittadinanza avrei più diritti, ma non l’ho fatto perché sapevo di dover rinunciare a quella italiana”, racconta Daniela Tasca. “Sono arrivata qui negli anni ’90 e la mia frustrazione è andata crescendo nel corso degli anni: più mi integravo e partecipavo alla società olandese, più mi rendevo conto che, per un cavillo e per un altro, avevo bisogno del passaporto olandese. Senza, mi sento trattata come una cittadina di serie B.”

Non avere la cittadinanza significa non poter svolgere alcune funzioni pubbliche o partecipare a concorsi o contribuire alle decisioni politiche del paese. Inoltre, si fa maggior fatica ad ottenere documenti per avviare un attività. Ma ci sono anche altri motivi che spingono alcuni a naturalizzarsi.

È il caso di Elisabetta, che ha deciso di richiedere la nazionalità olan…