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Sono passati 10 anni dall’approvazione della Convenzione di Istanbul, lo storico trattato sancito per condannare la violenza sulle donne, quella di genere e quella domestica. Nel 2011, 13 paesi firmarono l’atto, considerato un punto di svolta a livello mondiale.

Un decennio dopo, nonostante siano ormai 46 i Paesi firmatari, i diritti e la sicurezza di milioni di donne in tutto il mondo sono a rischio, afferma l’Onu. Per la precisione, i Paesi che l’hanno firmata, ratificata e fatta rispettare sono 34.

Il Covid-19 ha aggravato e reso visibile questa emergenza sociale. “In tutto il mondo c’è stato un forte aumento delle chiamate d’aiuto ai numeri di emergenza per situazioni quali: violenza domestica, donne scomparse o uccise, a cui si aggiunge la mancanza di posti sicuri per le vittime in fuga da abusi e maltrattamenti”, ha dichiarato Dubravka Šimonović, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti delle donne, al Guardian.

Da luglio niente più Istanbul nella Convenzione di Istanbul

L’aumento di episodi di violenza riflette le politiche discriminatorie di alcuni Stati. A marzo la Turchia, luogo di nascita del trattato, ha avviato le procedure per il ritiro dalla convenzione, che avverrà a luglio. Questo avviene dopo anni di crescente retorica antifemminista, misogina e anti-LGBTQ+ da parte degli organi politici, compreso il presidente Erdoğan. Il presidente della Turchia ha spesso dichiarato pubblicamente di non credere nell’uguaglianza di genere. Per lui e il suo governo le donne sono sicure quando stanno a casa, all’interno della famiglia, preoccupandosi unicamente di procreare.

L’associazione femminista Mor Çati, fondata nel 1990 con la creazione di centri antiviolenza e case rifugio a Istanbul, ha da subito lanciato un appello contro il ritiro della Turchia dalla convenzione. All’appello hanno aderito anche alcune associazioni italiane, tra cui D.i.re. “La convenzione di Istanbul non è stata affatto implementata correttamente nel corso degli anni, ma non significa che fosse completamente inefficace; è stato uno strumento simbolo nelle mani delle organizzazioni femministe”, ha dichiarato l’attivista Elif Ege, dell’associazione Mor Çati, al Guardian.

Tra femminicidi, pro-vita e Pillon anche in Italia c’è da preoccuparsi

L’Italia ha firmato la Convenzione nel 2012 e l’ha ratificata l’anno dopo. Nonostante questo, come ha già riportato Mercoledì in precedenza, nel nostro Paese la violenza di genere è ancora un argomento controverso, così come la sua rappresentazione nei media. In Italia gli omicidi sono in diminuzione dagli anni ‘90, ma i femminicidi no.

Secondo l’Istat, nel 2019 sono stati registrati in totale 315 omicidi; di queste vittime, 111 erano donne. Nel primo semestre del 2020 le donne uccise sono state 59, ossia il 45% delle vittime di omicidi (nello stesso periodo dell’anno precedente erano il 35%). Quasi 9 su 10 quelle uccise da una persona conosciuta; 6 su 10 da partner o ex partner.

Ma la violenza di genere in Italia non riguarda solo i femminicidi. Questi sono infatti la punta dell’iceberg, il risultato di una cultura misogina che va dagli stereotipi di genere (ad esempio, le dichiarazioni del senatore leghista Pillon, secondo il quale le donne non sono naturalmente portate per le materie scientifiche) alla discriminazione strutturale, come permettere la presenza di associazioni “pro-vita” nelle ASL e nei consultori. La Corte Europea dei diritti umani ha recentemente condannato l’Italia per una sentenza in Corte d’Appello risalente al 2015. Sei giovani furono, infatti, assolti da un’accusa di stupro sulla base di motivazioni sessiste e di ostacolo alla tutela dei diritti delle vittime di violenza di genere.

In Olanda ogni 8 giorni un femminicidio

Nei Paesi Bassi, che hanno ratificato il trattato nel 2016, la percentuale di donne (dai 15 anni in su) che riportano di aver subito violenza fisica o sessuale è del 45%, più della media europea che si attesta intorno al 33%. Ogni otto giorni circa, in Olanda avviene un femminicidio, ossia una donna viene uccisa per via del suo genere, secondo quanto riporta il Volkskrant. Secondo Amnesty International, nei Paesi Bassi, il 19% delle donne e il 3% degli uomini dicono di aver avuto un rapporto sessuale non consensuale, in altre parole uno stupro.

I Paesi dell’Est Europa seguiranno Erdoğan?

Alcuni governi dell’est Europa seguono la linea della Turchia, vedendo la convenzione come una minaccia ai valori tradizionali e schierandosi contro la cosiddetta “ideologia gender”. Secondo il trattato, i ruoli di genere contribuiscono e sostengono la violenza contro le donne, il che è percepito come un pericolo dai suddetti governi conservatori.

In Polonia, il Ministro della giustizia ha definito la Convenzione di Istanbul: “un’invenzione femminista per giustificare l’ideologia omosessuale”, La Polonia è governata da un governo di estrema destra sostenuto da alcuni gruppi religiosi.

In Ucraina, diversi gruppi religiosi vedono nella convenzione una minaccia ai valori della famiglia tradizionale. Questi hanno mostrato una forte opposizione alla Convenzione di Istanbul, influenzando le politiche del Parlamento, che infatti ha firmato l’accordo ma non lo ha ancora ratificato.

In Slovacchia la situazione è particolarmente grave per le madri single, le donne che vivono in povertà e quelle della comunità rom. Anche se questo Paese ha firmato simbolicamente l’accordo senza però fare ulteriori passi avanti.

Non solo UE

Alla stesura del testo del trattato hanno partecipato anche dei Paesi extracomunitari. Tra questi, il Messico che, tuttavia, non ha ancora firmato il trattato. In Messico si contano 10 femminicidi al giorno. Anche per questo lo scorso 8 marzo si è tenuta un’enorme manifestazione contro la violenza di genere nella capitale, Città del Messico, che ha visto un numero di persone partecipanti senza precedenti nella storia del Paese.