Che cosa lega i pittori Aert Mytens, Abraham Vinck, Louis Finson, Hendrick De Somer e Matthias Stom?

Oltre a parlare neerlandese, tutti e quattro hanno trascorso un periodo della loro vita a Napoli tra la fine del ‘500 e i primi anni del ‘600.

Un libro di Marije Osnabrugge, The Neapolitan Lives and Careers of Netherlandish Immigrant Painters (1575-1655), edito da Amsterdam University Press e vincitore del premio bandito dal Werkgroep Italië Studies, prova a ricostruirne l’intricata storia.

All’epoca la capitale del vicereame spagnolo era la seconda città più grande d’Europa, con oltre un quarto di milione di abitanti registrati nell’ultimo quarto del XVI secolo e quasi mezzo milione prima che la peste la colpisse nel 1656. “Un paradiso abitato da diavoli”, così era conosciuta Napoli al tempo.

La Napoli del tempo

La cultura e la società napoletana della prima età moderna erano abituate alla presenza degli stranieri. La città era stata governata prima dagli Angioini francesi, poi dagli Aragonesi e gli Asburgo spagnoli per non parlare di greci, romani e normanni. Il trafficassimo porto di Napoli era un importante centro di smistamento per i mercanti provenienti da tutto il Mediterraneo.

Ricco non solo di merci. Centinaia di artisti, circa 600, erano così incuriositi dalle bellezze di Napoli e dintorni da decidere di vederle di persona: il Vesuvio, la solfatara di Pozzuoli, l’incanto di Pompei e Capri.

A Napoli, del resto, erano o sarebbero passati tutti: Giotto, Polidoro da Caravaggio, Giorgio Vasari e il Cavaliere d’Arpino, seguiti da Caravaggio, Domenichino, Ribera, Artemisia Gentileschi e Lanfranco nel XVII secolo.

Paesi Bassi-Napoli: andata e ritorno

Tanti erano anche gli artisti del Nord Europa a voler ammirare, per qualche settimana o mese, le bellezze del meridione. La lista dei nomi è lunga: Jan Stephan van Calcar, Pieter Vlerick, Gilles Coignet, Hendrick Goltzius, Ter Brugghen, Otto Marseus van Schrieck, Leonart Bramer e via dicendo.

La maggior parte, però, a Napoli trascorreva solo un breve periodo, per poi proseguire nel proprio tour. L’Italia era di gran lunga la destinazione più popolare per gli artisti olandesi, sebbene essi viaggiassero anche in Inghilterra, Francia, Spagna, Scandinavia, Europa centrale e orientale o terre lontane come l’India. Prima di partire, gli artisti si documentavano e leggevano i diari di chi li aveva preceduti: i pericoli che avrebbero incontrato lungo la strada.

L’obiettivo del viaggio in Italia era naturalmente quello di studiare la scultura e l’architettura antiche, le opere dei grandi maestri italiani del passato e del presente e, per alcuni, il paesaggio sconosciuto lungo il percorso. Tali tesori del resto erano sconosciuti al grande Nord e il loro studio era considerato un importante arricchimento del repertorio visivo di ogni pittore.

Artisti immigrati o napoletani adottivi?

I nostri cinque, invece, hanno fatto di Napoli la loro casa, temporaneamente o per il resto della loro vita. Il primo a rimanere a Napoli è stato Aert Mytens nel 1574, l’ultimo Hendrick De Somer nel 1655.

Ancora oggi non è chiaro se siano partiti con l’idea di lasciare il freddo e buio nord o abbiano deciso di fermarsi una volta che furono sul posto. 

Tra il 1570 e il 1610 furono una quarantina i pittori olandesi che trascorsero almeno un anno a Napoli. Il materiale a disposizione degli studiosi varia però di caso in caso. Di Aert Mytens, originario di Bruxelles, conserviamo ancora una biografia, di Abraham Vinck nessun dipinto ma una lista i pagamenti bancari.

Di certo sappiamo che nel 1591 l’incisore e pittore di Haarlem Hendrick Goltzius studia l’arte locale, le meraviglie naturali dell’area vulcanica dei Campi Flegrei e un’antica scultura di un giovane Ercole seduto nel palazzo del viceré.

Circa 20 anni dopo, nel 1610, Gerard ter Borch visita la stessa zona e fa una serie di disegni che illustrano il fascino dei visitatori per lo spettacolare paesaggio vulcanico insieme alla città di Napoli stessa. 

Nel 1611 il fiammingo Louis Finson a Napoli dipinge I Quattro Elementi, un potente raffigurazione della lotta tra il fuoco, la terra, l’acqua e l’aria, personificati da due uomini e due donne di età diverse.

Il libro della prof.ssa Osnabrugge tenta proprio di ricostruire le complesse dinamiche tra gli artisti fiamminghi e quelli locali, così come le interazioni con la società partenopea del tempo.

Che cosa pensassero gli uni degli altri e come entrambi dipingessero l’allora capitale del vicereame spagnolo. Studiando le risposte specifiche all’ambiente culturale caratteristico di Napoli, che in quel periodo stava subendo rapidi cambiamenti sociali e artistici, si può ottenere una visione più profonda delle possibilità e delle scelte successive a disposizione di questi artisti, e quindi del processo di integrazione artistica e sociale.

Un ultimo merito della ricerca è anche quello di rimettere in discussione alcuni termini chiave della storia dell’arte: non si tratta di “trasferimenti” o “prestiti” ma di scambi e ibridazioni reciproche tra Napoli e i Paesi Bassi del tempo.