CoverPic@Unknown author, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Oggi pochi ricordano il nome di Frantz Van Dorpe: il reazionario, nazionalista, cattolico e antisemita che voleva fondare una nuova aristocrazia fiamminga, come scrive Marc Reynebeau sulle pagine di De Standaard.

Van Dorpe (1906-1990) ha sempre condotto una bella vita: aveva studiato per diventare ingegnere chimico in ambito tessile, ricco uomo d’affari grazie alle imprese ereditate dal padre a Kortrijk e dalla madre a Sint-Niklaas, segretario generale del Comitato belga del Benelux, figura importante nel Partito Popolare Cristiano (Christelijke Volkspartij, CVP), sindaco di Sint-Niklaas, strette di mano del re, medaglie qui, qualche onorificenza là.

Ma lo spirito del tempo era contro di lui. Nel 1953 lamentava ancora i “secoli di decadenza della bella cristianità del Medioevo gotico”, vittima del Rinascimento, della “ribellione protestante” e del “modernismo ateo”. 

Autoritarismo corporativista e fondamentalismo cattolico

Prima della seconda guerra mondiale Van Dorpe è stato un membro importante di Verdinaso, l’Unione Nazionale di Solidarietà, (Verbond van Dietsche Nationaal Solidaristen) il partito fascista attivo in Belgio e nei Paesi Bassi dal 1931 al 1941.

Fondato da Joris Van Severen, Jef François, Wies Moens, e Emiel Thier  il 6 ottobre 1931 all’Hôtel Richelieu di Gand, Verdinaso si presentava come un partito autoritario di ispirazione sociale e corporativista, in linea con le politiche di Mussolini ed Hitler (anche in tema di antigiudaismo).

Verdinaso non ha mai partecipato alle elezioni e non è mai diventato un forte gruppo di pressione politica.

Van Dorpe diviene capo del ramo di Bruxelles, capo del distretto del Brabante e istruttore dell’Ordine Militante Dinaso. 

La visione del mondo di Verdinaso, soprattutto di Van Dorpe, è alimentata da un fondamentalismo cattolico che è particolarmente influente nelle Fiandre occidentali. Detesta intensamente la democrazia, il parlamentarismo, i sindacati o la laicizzazione. Per lui non esiste lotta di classe. Per Verdinaso la società dovrebbe essere basata sulla solidarietà e sul corporativismo, con ogni strato sociale in una posizione fissa e “naturale” inserita in una gerarchia autoritaria.

In cima alla gerarchia c’è un’élite autoproclamata, un’aristocrazia a cui gli uomini d’affari reazionari come Van Dorpe si affrettano a dire che appartengono naturalmente. Anche la sua adorazione quasi infantile per il re rientra in questo elitarismo, come approfondisce il libro di recente pubblicazione Orgoglio. Da Verdinaso alla resistenza di Vincent Stuer.

Gli uomini di Dinaso non sono numerosi, poche migliaia ma si consideravano molto importanti e credono fortemente in una guida autoritaria. Nel 1940, però, sperimentano cosa significa non pensare con la propria testa ma seguire ciecamente un leader: dopo l’assassinio di Van Severen, perdono l’orientamento.

Nel caos che si genera, alcuni di loro cominciarono a collaborare, altri finirono nella resistenza di destra, monarchica. Van Dorpe ha scelto inizialmente la prima opzione ma non è stata una scelta facile. Del resto i nazisti esigevano disciplina e non amavano i discorsi spocchiosi di Dinaso. E soprattutto negano a Leopoldo III qualsiasi iniziativa politica, cosa che Van Dorpe non digerisce.

Il progetto di una Grande Olanda in salsa “borgognona”

Nel 1938-1939, insieme a Jef Van Bilsen e Paul Persyn (il cosiddetto ‘gruppo di Anversa’ o ‘ala borghese’, che sosteneva una direzione più moderata e parlamentare), Van Dorpe è in conflitto con altri leader del movimento come Jef François e  Joris van Severen, che voleva perseguire una schietta linea filo-socialista. 

Nel 1938, con alcune sodali che la pensavano come lui, fonda l’Associazione Belgio-Paesi Bassi-Lussemburgo e ne divenne segretario. L’Unione Nazionale Fiamminga (in fiammingo Vlaamsch Nationaal Verbond, VNV), il partito politico nazionalista e fascista fiammingo del Belgio, fondato da Staf De Clercq, definiva quel “popolo” come fiammingo-nazionalista. Verdinaso lo vede inizialmente come Grande Olanda, e poi, ma solo per ragioni pratiche, come belga o “borgognone”, con il tutt’altro che democratico re Leopoldo III come figura centrale.

L’addio a Verdinaso e la “resistenza”

Nel settembre 1939 Frantz Van Dorpe si dimise dal Verdinaso. Insieme a Tony Herbert e Willem Melis divenne nuovamente membro nel giugno 1940. Non per molto, però, poiché Verdinaso si fuse con il VNV e Rex-Vlaanderen nel cosiddetto Movimento dell’Unità, che non era in linea con le opinioni di Van Dorpe.

Dalla fine del 1941 divenne attivo nella resistenza insieme a suo fratello Joseph nei gruppi di resistenza Zero e Othello. Il passaggio di Van Dorpe alla resistenza è quindi meno una rottura ideologica che una considerazione opportunistica. Il leopoldismo rimarrà sempre estraneo a una persuasione democratica, sia nella Resistenza che nella Questione Reale. Più tardi Van Dorpe trova nuovi fronti nell’anticomunismo e nel colonialismo.

Un pallino rimane la politica agricola, l’approvvigionamento alimentare che era cruciale per molti all’epoca, e gli interessi economici che erano in gioco. Del resto, o si è uomini d’affari o non lo si è.

La fine della guerra e il ritorno dei “vecchi ammuffiti di prima”

Contrariamente a quanto molti si aspettavano, la democrazia belga fu restaurata quasi senza problemi durante la Liberazione nel 1944. Gli alleati non volevano alcuna instabilità politica. “Eccoli di nuovo, il vecchio gruppo di politici ammuffiti di prima del 1940”, brontola Van Dorpe. Ma che dire di se stesso, questo eroe della resistenza con i suoi potenti contatti lontani come l’arcivescovo Van Roey e il revisore generale Walter Ganshof van der Meersch, con i suoi ricchi colleghi e amici nelle Fiandre occidentali come Léon Bekaert e soprattutto Tony Herbert?

Dal 1946 al 1954 è segretario generale del Comitato belga del Benelux. Dal 1974 al 1976 è stato vicepresidente di Belgio nel Mondo. Viene poi eletto consigliere comunale nel 1964 e fu sindaco di Sint-Niklaas dal 1965 al 1976. È stato vicepresidente dal 1959 al 1972 e direttore onorario del Vlaams Economisch Verbond.

Fedelissimo al re anche nel fallito colpo di stato in Vallonia – con gendarmeria spara sui manifestanti, causando morti – cade preda di un “pessimismo culturale” quando il suo amato monarca è costretto ad abdicare. La questione dell’antisemitismo viene nascosta sotto il tappeto per non ostacolare la sua carriera politica e imprenditoriale.

Nel 1952 produce il film Het banquet der smokkelaars (Le banquet des fraudeurs) di Henri Storck, con uno scenario di Charles Spaak. Questo lungometraggio (l’unico di Storck) difende comicamente l’idea del Benelux e l’unificazione europea che Van Dorpe ha sempre sostenuto.