The Netherlands, an outsider's view.

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ITALIANEN / Storie di immigrazione in NL

Un popolo di gelatieri, spazzacamini, gastarbeiders e molto altro

Sette secoli e passa di immigrazione italiana nei Paesi Bassi



CoverPic: Nationaal Archief/Fotocollectie Anefo | Source: Wikipedia | License: CC 1.0

di Giuseppe Menditto

Nell’episodio che apre il film Quelle strane occasioni del 1976, Paolo Villaggio interpreta Giobatta, un immigrato che vende “castagnacchen” e “italien lupinen” sotto lo sguardo severo di biondissimi autoctoni in un’Amsterdam ormai irriconoscibile. 

Tra disperazione e un italianissimo senso imprenditoriale d’accatto, Giobatta, sempre più disilluso, riuscirà alla fine a trovare un cliente disposto a comprarsi non una fetta ma l’intera torta. Un affare, se non fosse che il castagnaccio l’olandesissimo avventore non intende certo mangiarlo.

Come per il più celebre Manfredi di Pane e Cioccolata, la fine tragico-comica di Villaggio strappa un sorriso ma lascia un sapore amaro ancora oggi. E racconta tanto non solo degli italiani – molto poco superman come ricorda il titolo dell’episodio – che lasciavano le proprie terre per “cercare fortuna” altrove, quanto delle comunità che li ospitavano.



Tra il 1876 e il 1915 sono emigrati in Europa circa 6 milioni di italiani, prima dal nord e poi progressivamente dalle regioni del sud e dalle isole. Persone che scappavano da condizioni di indigenza assoluta e che nelle nuove patrie hanno trovato sfruttamento e discriminazione. Ma anche una rete umana di solidarietà e una possibilità di riscatto.

@1001 Italianen BEELDARCHIEF

La storia dell’emigrazione è fatta di volti, nomi – anche quelli distorti e olandesizzati – e biografie oltre che di numeri e dati statistici. Registrato all’anagrafe nel 1604 come Jan Jacobs van Lombardijen, lo spazzacamino sarà stato probabilmente un italianissimo Gian Giacomo.

Una storia affascinante, ancora poco conosciuta, è quella di cui ha scritto e ci ha raccontato in un’intervista Daniela Tasca, giornalista, ricercatrice e ideatrice del progetto 1001 Italianen (il cui libro è scaricabile a questo link).

Piccola storia dell’emigrazione in Olanda: dal Medioevo agli inizi del Novecento

L’immigrazione italiana in Olanda, anche se numericamente ridotta rispetto alle cifre impressionanti della Germania e del Belgio – ha radici profonde: già nel Medioevo una sporadica presenza di banchieri Lombarden è ben riconoscibile nei maggiori centri olandesi. Per non parlare degli architetti rinascimentali, i mercanti e gli spazzacamini del XVII secolo, i musicisti e gli artisti settecenteschi.

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Insieme a stuccatori, venditori di stampe e costruttori di barometri, è solo alla fine del Settecento che arrivano in Olanda gli spazzacamini piemontesi e ticinesi, i terrazzieri friulani, i gelatieri veneti e toscani. Un’emigrazione a catena in fuga da condizioni dall’indigenza assoluta dei paesi italiani e che ad Amsterdam e Groninga trova la solidarietà dei propri compaesani: nelle piccole Little Italy che si formano qui e là, si lavora sfruttati sotto padrone, si vive a casa di parenti e conoscenti, si sposano donne conterranee. I contatti tra le famiglie sono frequenti, ci si presta denaro e personale. Ma anche la concorrenza è spietata: sui giornali del ‘700 ditte rivali di spazzacamini pubblicano annunci di cessata attività, cambio di indirizzo o presunta morte del concorrente, cosa che richiedeva poi smentite e rettifiche.

License: public domain

Le comunità italiane variano di dimensioni a seconda di dove si sono insediate e del lavoro svolto dai loro membri: ad Amsterdam la rappresentanza italiana è ben coesa, costituita in prevalenza dai terrazzieri di Maniago – un paesino friulano – che si uniscono in matrimonio tra di loro. Un vicoletto di Spuistraat viene ribattezzato Schoorsteenvegerssteeg (vicolo degli spazzacamini) proprio per il monopolio residenziale – durato tre secoli – di piemontesi e ticinesi. A Rotterdam la comunità è molto più piccola e integrata nella società olandese: molti sono i matrimoni misti.

Se i permessi di soggiorno fino a metà 800 venivano rilasciati con facilità, dopo il 1849 la situazione cambia per gli stranieri: viene richiesto un visto di tre mesi, rinnovabile, quando ci s’iscrive al comune olandese di residenza. 



Storie di integrazione e emarginazione

I titolari delle ditte di spazzacamini sono ben integrati perchè hanno contatti frequenti con la classe urbana benestante, parlano correttamente l’olandese, sposano donne appartenenti al ceto artigiano e mercantile e possono aspirare a lavori più ambiziosi e meglio retribuiti nel giro di qualche generazione.

I terrazzieri friulani esperti nella posa di pavimenti a mosaico alla veneziana, invece, quasi tutti originari di Maniago, colonizzano interi quartieri di Amsterdam e l’Aja ricreando una piccola realtà paesana: non mancano i rapporti di lavoro tra friulani e olandesi ma l’interazione sociale si limita a questo.

Nei piccoli centri, mancando un tessuto di relazioni più sviluppato, l’integrazione è più veloce nonostante qualche piacevole diversivo. A Doetinchem, piccolo centro al confine tedesco, dal Friuli arriva una volta l’anno un treno carico di vino, formaggi e salumi ed è festa grande.

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I gelatieri, a differenza delle due classi di artigiani precedenti, hanno una presenza molto più diffusa sul territorio: s’impara il mestiere in un laboratorio e poi si apre la propria attività a debita distanza. Essendo un’attività stagionale, il contatto con la popolazione autoctona è scarso: appena possibile si torna in Toscana per cercare un partner o per assumere nuovo personale per la stagione successiva. Le seconde e le terze generazioni di gelatieri, cresciuti tra Olanda e Italia, spesso preferiscono abbandonare gli studi per continuare la professione paterna ma il legame con il proprio paese di origine è ancora forte.

Le guerre mondiali e la sleale concorrenza olandese

Dopo la prima guerra mondiale viene varata la prima legge sugli stranieri (1934): il Ministero degli Affari sociali richiede a tutti i lavoratori stranieri dipendenti un visto di soggiorno obbligatorio. Molte piccole imprese che adoperavano quasi esclusivamente manodopera italiana – i gelatieri ne sono un esempio – sono costrette a svendere o a chiudere. Ad Amsterdam il consorzio dei gelatieri olandesi approfitta della situazione per far pressione sul governo affinché la concorrenza italiana sia bandita. Per limitare i danni, molti lavoratori sono costretti ad aprire una propria ditta individuale assumendo personale olandese, spesso svogliato e poco collaborativo.

Durante la guerra gli emigrati italiani sono costretti a inventarsi lavori di varia natura per sopravvivere: chi fabbrica vasellame, chi vende bomboloni e frittelle per strada, chi presta la propria manodopera presso le fattorie. Una massa apolitica di lavoratori silenziosa e prudente – con le dovute eccezioni – che non vuole dare nell’occhio soprattutto dopo l’alleanza stretta dal fascismo con Hitler e l’invasione nazista dei Paesi Bassi.

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La guerra crea il vuoto: molte sono le aziende fallite, famiglie separate e figli dispersi sui vari fronti. Dopo la fine della guerra gli olandesi sequestrarono le ditte italiane come “capitale nemico” e le resero oggetto di una legislazione speciale fino al 1948. Solo dal ’47 in poi la ricostruzione del paese passerà anche per l’impegno e la dedizione di lavoratori, imprenditori e intellettuali italiani.



“C’è lavoro per voi in Olanda”: l’epoca dei gastarbeiders e l’emigrazione assistita

C’è lavoro per voi in Olanda” è l’invito rivolto agli italiani nel 1956 tramite un’accattivante brochure promozionale, che offre occupazione in miniera per almeno un anno a condizioni vantaggiose e alloggi in moderni bungalow forniti di ogni comfort. Come per le miniere belghe, anche nei Paesi Bassi si cerca manodopera italiana a bassissimo costo. Italia e Olanda (come già Belgio e Francia) stipulano degli accordi bilaterali nel 1948 e nel 1960: un tot di carbone all’Italia per ogni minatore inviato. Dopo la fine della guerra arrivano nel Limburgo i primi 700 italiani.

da Will Tinnemans, L’Italianità, De Italiaanse gemeenschap in Nederland

Le drammatiche condizioni di vita sono cosa nota, peggiori persino di quelle nei vicini Belgio e Germania. Negli anni ’50, quando l’industria estrattiva frana, arrivano i nuovi lavoratori stagionali dalla Sardegna e poi dalle altre regioni meridionali: operai delle fabbriche metallugiche, tessili, agromalimentari, dell’industria navale, assunti con contratti a tempo determinato che daranno un contributo fondamentale all’industrializzazione olandese.

Tanti sono gli italiani a lavorare nei cantieri navali ADM e NDSM di Amsterdam ma le condizioni di vita non migliorano di molto rispetto ai minatori di qualche anno prima: difficoltà di comunicazione, stipendi lordi spacciati per netti, clima rigido e cibo pessimo costringono molti a ritornare in Italia.

I primi italiani che arrivano in Olanda sono giovani uomini celibi, sani, possibilmente cattolici e privi di un background politico. Una condizione molto dura dei trattati bilaterali è quella di non avere famiglia al seguito, proprio in ragione del carattere temporaneo della migrazione e della grave mancanza di alloggi. La vecchia storia dell’attirare forza lavoro a basso costo senza però farsi carico dei costi sociali.

Non pochi saranno invece i connazionali che decideranno di stabilirsi definitivamente nei Paesi Bassi: per legami sentimentali con donne olandesi o perchè si riesce a “far salire” la propria famiglia, la comunità italiana si disperde su tutto il territorio con l’eccezione dell’unica vera Little Italy olandese, il “condominio degli spaghetti” (Spaghettiflat) di Zaandam. Da qui le storie si disperdono: chi sceglie di naturalizzarsi e assimilarsi nelle famiglie olandesi adottive, chi rivendica invece la propria italianità anche a distanza di anni. Un dualismo che può essere stata una gabbia per i Pasquale Amitrano d’Olanda o una fortuna per chi è riuscito a vivere tra le due culture.



I “militanti” anni settanta

A differenza dei decenni precedenti, quella degli anni ’70 è un’immigrazione più istruita e militante, ma soprattuto individuale: giovani politicamente attivi scappano da un’Italietta asfittica in cerca non (solo) dell’Olanda trasgressiva e psichedelica di quegli anni ma di un posto dove lottare per i propri ideali: ad Amsterdam verrà fondato un Collettivo di Emigrazione impegnato sul fronte pacifista, sui diritti degli emigrati legati al voto, all’istruzione e all’insegnamento nella propria lingua. Un’esperienza importante e fallimentare per tanti motivi.

Negli anni ’70 e ’80 la nuova immigrazione giovanile politicizzata s’affianca a quella precedente: grazie anche alle politiche del governo per la creazione di una rete strutturale di assistenza laica e di sostegno a forme di autogestione, nasceranno associazioni italiane, periodici pubblicati in italiano, persino una trasmissione radiofonica e un programma televisivo.

I nuovi expat e gli ultimi arrivati

Secondo gli ultimi dati ufficiali oggi nei Paesi Bassi vivono almeno 44.000 italiani, di cui quasi 7.000 ad Amsterdam, dove nel 2014 gli italiani risultano il quinto gruppo più numeroso. Cifre ufficiali che nascondono in realtà numeri molto più alti.

Emigrati “classici”, studenti, ricercatori, expat, startupper, creativi, artisti, ristoratori, famiglie, pensionati sono solo alcune delle etichette con cui si possono fissare statisticamente i gruppi di riferimento. La realtà è per fortuna molto più ibrida (esperienze artistiche e teatrali, associazionismo, gruppi Facebook, radio locali e progetti editoriali) e composita: dalle esperienze di sfruttamento che richiamano dinamiche del passato alle “eccellenze” professionali, si tratta di un insieme dove ognuno è isola e arcipelago allo stesso tempo. Al netto di ogni retorica.








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