Nel dibattito sulla lingua di insegnamento all’Università, secondo un articolo pubblicato dal quotidiano Trouw, il Belgio tutelerebbe il fiammingo/olandese meglio della stessa Olanda.

Con il 30% di studenti stranieri, la Vlaamse Technische Kring di Leuven a è la più internazionale del Belgio. Tuttavia, l’offerta in lingua inglese è limitata: la facoltà, scrive il quotidiano, offre solo un programma di bachelor in inglese. I programmi del Master, al contrario, possono essere quasi tutti seguiti sia in olandese che in inglese.

A differenza dei Paesi Bassi, le università fiamminghe sono vincolate da rigide quote linguistiche che proteggono l’olandese come lingua accademica. Le università possono offrire un massimo del 6% di corsi in lingua inglese. Per i master la quota sale al 35 percento. Inoltre, deve sempre esistere una variante olandese di ogni programma in lingua inglese nelle cinque università fiamminghe.

Per questo motivo, nel bachelor, l’Università di Leuven offre solo quattro corsi in inglese su un totale di 78. Secondo il Trouw, il rettore Luc Sels non è soddisfatto e auspicherebbe una revisione legislativa che consenta più flessibilità linguistica, pena l’impossibilità di accogliere studenti e ricercatori stranieri. I professori stranieri, infatti, devono poter parlare fluentemente olandese (livello B2) entro cinque anni dall’ingaggio.

Nonostante la barriera linguistica le performance di Leuven sono eccellenti: il suo punteggio nei ratings internazionali è molto elevato; molto più elevato di tanti atenei olandesi anche se il rettore teme il rischio di flessione in futuro, se la sua università non riuscirà a rimanere al passo con l’internazionalizzazione.

E nonostante il parlamento fiammingo stia discutendo la possibilità di rilassare le quote linguistiche, l’apertura all’inglese non sembra riscuota un grande seguito. La ragione è prettamente storica: per le Fiandre l’emancipazione linguistica è stata una conquista sociale e in generale, le autorità premono affinchè gli stranieri imparino l’olandese.

Esistono, inoltre, ragioni pratiche: Rob Hartsuiker, professore di psicologia sperimentale all’Università di Ghent, e studioso dell’influenza dell’uso dell’inglese sui risultati di apprendimento degli studenti fiamminghi, dice al Trouw che “l’elaborazione delle informazioni in una seconda lingua richiede il venti percento di tempo in più.” Ma non solo. “Nel caso di elaborazioni con un alto grado di difficoltà l’uso dell’inglese, può essere negativo per i risultati”. Secondo l’accademico, infatti, se il ricercatore non ha una conoscenza perfetta della seconda lingua, la stessa comprensione ed elaborazione dei concetti può essere penalizzata.

Secondo Jo Tollebeek, dell’Università di Leuven -critico con il modello olandese “aperto”- il rischio è di trasforamare gli atenei in “aeroporti senza identità, dove i corsi si assomigliano tutti.” Secondo il docente, insomma, uno standard linguistico unico mondiale per il tempio del sapere rischia di compromettere le unicità locali e soprattutto la diversità.

Anche in questo caso, conclude il docente al Trouw, l’equilibrio è la strada.