di Mara Noto

 

Agosto 2021. L’orologio segna quasi le cinque, il sole è ancora alto e picchia forte, scagliandosi sulle pietre che incorniciano piazza della libertà, per i migranti in transito quasi una beffa: libertà da cosa, penseranno.

Si avvicinano le 5, insomma, e più persone affluiscono. C’è chi si ripara sotto qualsiasi lembo d’ombra libero per concedersi un attimo di riposo, e chi con faccia stanca si guarda intorno. A Trieste, questa non è tra le piazze più belle della città, anzi è una di quelle piazzette dimenticate che fronteggiano l’entrata principale della stazione centrale, al lato del Portovecchio. Dimenticata e negletta, per i migranti in arrivo dalla rotta balcanica è un’oasi.

Piazza della Libertà, Trieste

Passate le cinque arrivano i primi volontari e vado loro incontro per parlare, per capirci qualcosa. Volevo vedere la fine della rotta balcanica e capire se fosse la fine oppure l’inizio di qualcos’altro. Paola di Linea d’Ombra mi fa vedere cosa fanno gli attivisti di questa associazione, nuova ma già con due fitti anni di lavoro alle spalle: i fondatori, Lorena Fornasir, psicoterapeuta e suo marito Gian Andrea Franchi, ex docente di filosofia, sono accusati del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Oggi non sono in piazza, ma in Bosnia dove si svolge l’altra parte dell’attività di Linea d’Ombra.

“Quando inizi a curare le ferite, poi ti rendi conto che non possono rimettere gli stessi panni sporchi allora dai loro vestiti e scarpe della taglia giusta. Avranno fame e allora gli dai da mangiare” dice Paola. Chi sono i volontari? “Perlopiù sono ragazzi giovani o pensionati che vengono a darci una mano. Mancano gli adulti, a dire il vero” osserva. Con lei ci sono Oleg, Raheem, Umar, Nicola e altri.

Mentre parliamo arrivano due giovanissimi: sono pakistani, minorenni, e vogliono fermarsi a Trieste. Se ne occupa Umar, anche lui giunto dal Pakistan dopo aver attraversato l’inferno a piedi. 37 sono state le volte che ha provato ad attraversare il confine tra Bosnia e Croazia, rischiando l’amputazione della gamba per i colpi ricevuti dalla polizia croata. Lo hanno picchiato selvaggiamente solo perché in una terra di ex rifugiati, in troppi hanno la memoria corta. Oggi è in piazza insieme agli altri, a dare una mano a Lorena e Gian Andrea, e a coloro che lo hanno aiutato a raggiungere Trieste.

Insieme a Linea d’Ombra, c’è anche l’associazione Strada Si.Cura, che si occupa dell’assistenza medica ai migranti. La maggior parte di loro riporta ferite dovute alle lunghe camminate con scarpe inadatte. Ma non solo, c’è chi mostra ferite da frustate, bruciature. Insomma segni evidenti di  tortura, come il ragazzo pakistano, che indicandomi la ferita sulla gamba mi dice “police croatia” mentre mima il gesto di una frustata.

“Purtroppo mancano dei servizi igienici, non c’è un bagno accessibile nei paraggi” prosegue Paola. Infatti la chiusura del Help center in stazione, che ha visto l’eliminazione dell’unico bagno a disposizione dei migranti (ma anche dei senzatetto) ha reso il lavoro dell’associazione e la presenza giornaliera in piazza indispensabile.

A differenza di tanti altri giorni, il tempo scorre tranquillo ma il flusso dopo essere rallentato nei mesi invernali, ha ripreso massicciamente in quelli estivi dall’Afghanistan, Pakistan, Nepal e Bangladesh. Come racconta Raheem, arrivato a Trieste dal pakistan e ricercatore al Sincrotrone, ed ora volontario di Linea d’Ombra.

Con le scarpe nuove ai piedi e le ferite curate, alcuni migranti si avviano verso la Stazione Centrale per riprendere il viaggio. Per molti piazza della libertà sarà anche la fine della rotta balcanica, ma è l’inizio di un’altra rotta, forse più lunga e più difficile.