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Travelbird, una storia di ordinaria precarietà

A ottobre più di cento dipendenti sono stati licenziati dalla startup milionaria con sede ad Amsterdam. Ecco come.



di Paolo Rosi

Nota: Annie, Julia e John sono nomi di fantasia, usati nell’articolo che leggerete per rispettare l’anonimato delle fonti di +31mag.nl, interne a Travelbird.

All’inizio sono start-up, società animate dal sogno della piccola azienda digitale indipendente costruita su tenacia e (a volte) buone idee. Per alcune, le più fortunate, arrivano poi gli investitori a farne “nuove multinazionali”: crescono, debuttano in borsa, aprono sedi ovunque e incantano giovani lavoratori. Niente formalismi, il lavoro quasi come gioco, incarichi e procedure rinominati con il vocabolario dei manuali di marketing e comunicazione.

Poi cambiano le strategie di mercato, l’azienda serra le fila e l’impiego dei sogni, per molti, diventa un incubo. Questa è la storia di molte aziende. Anche di Travelbird, ex-startup nel lucroso mercato dei pacchetti turistici online che opera in 17 paesi europei, fatturando milioni di euro, dove il mese scorso è avvenuta la più drastica riduzione di personale dalla nascita della compagnia.

Interinali, editors, specialisti del settore marketing: tutti scaricati dall’oggi al domani nel corso di una riunione plenaria tenutasi a Keizersgracht 281, prestigiosa sede della compagnia, nella quale la “non più startup” annunciava la chiusura delle operazioni in cinque “kleine landen”: Italia, Portogallo, Spagna, Ungheria e Polonia.

Ma andiamo con ordine.

E lavorarono felici, contenti e precari

Travelbird si sa vendere bene e si presenta come una favola Disney: dipendenti sorridenti; spazi di lavoro aperti, supercomputer ovunque e bandiere d’ogni paese. E ancora MacBook nuovo di zecca (in prestito) per i dipendenti, giri in Travel-barca, bici aziendale, birre gratis il venerdì; la caffetteria interna con “barista at your service” e la “healthy” mensa per soli 20 euro al mese.

I lavoratori sono “Birdies”, giovani uccellini, che vivono nella compagnia secondo i precetti della “Bird Bible”, immersi nel mantra dell’imprenditorialità e del self-empowerment; circondati da slogan “ispirational” e pennellate di make-up comunicativo interno per fidelizzare il personale. D’altronde si sa, un impiegato felice è anche più produttivo.

fonte: travelbird.com

fonte: travelbird.com

Nel magico mondo di Travelbird, però, qualcosa ha cominciato a scricchiolare. Nessun problema economico dicono dall’azienda, ma una ristrutturazione interna che secondo la stampa olandese ha provocato il licenziamento di un centinaio di persone.

“No. L’effetto a catena ha portato a più licenziamenti”, taglia corto John, dipendente del settore marketing, “con preavviso di appena un giorno”. La maggior parte erano expats con contratti a tempo determinato: “Alcuni che ricoprivano ruoli di responsabilità sono stati lasciati a casa il giorno stesso con mesi di stipendio pagati; altri, interns o trainees, sono stati mollati dopo il mese di prova che guarda caso scadeva proprio mentre Travelbird annunciava i tagli”, continuano John e Julia, tra coloro che stanno negoziando un accordo di fine contratto.

“Che è stato praticamente un ricatto. E a gennaio tutti a casa, ma fino ad allora continuiamo ad andare in ufficio, a far finta di lavorare”, chiosa John, “Per non parlare del lato umano. Io ho lavorato a Londra, e nemmeno là sono stato trattato così: mollato da un giorno all’altro, 50/100 euro in più dopo quasi due anni, nessun bonus di produzione, per noi no, ma per gli account manager sì. E poi i problemi nel cercare lavoro: qui ci riconoscono come i licenziati di Travelbird, sanno che siamo disoccupati e fanno offerte al ribasso. Uno schifo.”

Tutti licenziati in modo diverso, chi meglio e chi peggio, anche se da Travelbird preferiscono parlare di un non-rinnovo del contratto. “Eravamo in processione aspettando il turno come al confessionale, che era poi la stanza dove c’era il colloquio con i responsabili delle Risorse Umane”, racconta ancora Annie, “ci hanno detto, uno a uno, quale sarebbe stata la nostra sorte. Intorno scene di gente terrorizzata, colleghi che piangevano, stress e momenti di tensione”.

Eppure ogni azienda con più di 50 dipendenti è tenuta, per legge, ad avere un sindacato interno. “Sì esiste il Work Council, anche se quando lo hanno votato io ero già arrivata”, dice Annie, “ma non ho mai ricevuto alcun aiuto né supporto da loro.”

E ora che la compagnia ha tagliato così tanto? “È confusione totale. Per i paesi che hanno chiuso puoi comprare pacchetti vacanza fino a marzo 2016, ma noi non sappiamo cosa possa succedere. Non si capisce neanche chi si occupa del customer service, perché loro sono stati i primi ad essere lasciati a casa”, racconta Julia con un sorriso amaro, “Però allo stesso tempo continuiamo a pubblicare offerte e spedire newsletter ai clienti per pubblicizzare il sito e i pacchetti vacanza”.

Usa e getta?

“La legge è cambiata di recente. Dal primo di luglio chi ha un contratto a tempo determinato può essere licenziato senza intervento della UWV [organizzazione governativa a tutela dei lavoratori n.d.r.], basta che notifichi un mese prima la decisione. Ma allo stesso tempo la somma dei contratti a tempo determinato, massimo tre, non può superare la durata di 24 mesi”, spiega Fadime Kiliç, avvocatessa specializzata in diritto del lavoro e immigrazione, che di casi riguardanti “expats” ne tratta quotidianamente.

Per legge, insomma, non si può essere precari per più di due anni di seguito. Ma come raccontano John, Annie e Julia la somma dei rispettivi rinnovi arrivava esattamente a 23 mesi: “A molti di noi hanno fatto contratti per il non-raggiungimento dei due anni. Quando abbiamo chiesto il perché ai referenti delle Risorse Umane”, chiarisce Annie, “ci hanno assicurato che si trattava di una procedura standard interna a Travelbird, che avrebbe preceduto un contratto a tempo indeterminato.”

Cosa che di fatto non è avvenuta. Intanto, però, fino a pochi giorni dai licenziamenti la compagnia ha continuato ad assumere. “Principalmente interns”, spiega Annie, “tra cui anche gente che si era trasferita ad Amsterdam proprio per questo lavoro, per poi essere licenziata dopo pochissimo”.

Niente di illegale, è bene ricordarlo, ma il mese di passione dei lavoratori di Travelbird, così come raccontato a +31mag.nl, fa sorgere il sospetto che la recente riforma del mercato del lavoro olandese, entrata in vigore il primo di luglio, abbia giocato un ruolo determinante nel pesante taglio al personale deciso dall’azienda.

“Scegliamo deliberatamente persone giovani perché sono ambiziose, fresche, dinamiche. E flessibili, naturalmente” dichiarava lo scorso maggio il CEO e fondatore Symen Jansma. Tutto giusto, ma nessun riferimento, ad esempio, ai costi sociali di riorganizzazioni aziendali come quella del mese scorso, che finiscono per ricadere soprattutto sulla pelle del personale straniero.

“I casi sono tantissimi”, conferma infatti Fadime, “È un gap legislativo, anche perché è molto difficile dimostrare davanti a un giudice l’eventuale torto dell’azienda in situazioni di questo tipo”. Come fare, infatti, a provare che a un passo dal contratto a tempo indeterminato si viene rimpiazzati per motivi di salario? A tutto ciò si somma il fatto che “i lavoratori stranieri faticano ad avere tutte le informazioni dalle compagnie, spesso non sanno la lingua del paese dove lavorano e non sono consapevoli dei propri diritti”, conclude l’esperta.

Come i cento e più “Birdies” volati nella ricchissima, ambiziosa e dinamica Amsterdam, e poi licenziati (si dica pure “non rinnovati”) con altrettanta leggerezza. Precari, in una parola; fuorilegge nel magico mondo delle startup milionarie, nuovi paradisi perduti dei tanti cervelli in fuga.

Il Work Council di Travelbird, contattato da +31mag.nl, ha rifiutato di commentare l’accaduto “per motivi di riservatezza e per la delicatezza dell’argomento” , confermando tuttavia di essere stato “consultato, informato e coinvolto” in ogni passo preso dalla compagnia. Un caso forse più unico che raro, quello di un sindacato che prende parte ai tagli del personale aziendale.

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