The Netherlands, an outsider's view.

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ART

The Rhythm of the Brain di Jan Fabre a Roma. Di arte, neuroni specchio ed empatia

Jan Fabre, artista fiammingo, come egli stesso ama definirsi, attivo da quarant’anni, si muove con disinvoltura sulla scena internazionale del teatro e delle arti visive



di Klizia Capone

Di lui si è detto di tutto. Folle, enigmatico, ambiguo. Figura criptica dalla mente brillante, fin dagli inizi della sua carriera si è cimentato in una pluralità di forme espressive. Jan Fabre, artista fiammingo, come egli stesso ama definirsi, attivo da quarant’anni, si muove con disinvoltura sulla scena internazionale del teatro e delle arti visive. Regista, scenografo, coreografo, costumista, scultore, disegnatore, poeta, scrittore, è quello che si definisce un artista totale.

Dotato di una personalità poliedrica e iperattiva, Fabre è da tempo immerso in un processo creativo che unisce danza, cinema, arte e scienza. Ma forse è il corpo la sua vera ossessione. E lo è il suo motore, il cervello, oggetto di una ricerca che lo appassiona da qualche tempo: l’indagine sul rapporto tra arte e scienza.

A Palazzo Merulana, a Roma, l’11 ottobre scorso è stata inaugurata la mostra The Rhythm of the Brain, che ruota proprio attorno a quello che Fabre ha definito “la parte più sexy del corpo umano”. L’esposizione si svolge su tre piani dell’edificio e si divide in due parti: l’una dà spazio al confronto con la preziosa collezione permanente della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, composta da opere della pittura italiana della prima metà del Novecento; l’altra comprende una selezione di lavori dell’artista, scaturiti dal suo interesse per l’encefalo.

Fulcro di questa sezione è il film-performance del 2014 Do we feel with our brain and think with our heart? frutto della collaborazione triennale con il neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti, autore della rivoluzionaria scoperta dei neuroni specchio, responsabili della nostra capacità di “sentire”, l’empatia, fondamentale nello studio del rapporto mente-corpo.

I due, vestendo i panni di scimmie da laboratorio e con in testa un elettrodo come capricapo, dialogano su alcune delle principali tematiche della creazione artistica − l’imitazione, l’empatia, lo stato emotivo e quello cognitivo, l’originalità e la scoperta sia nell’arte che nella scienza. Questi argomenti, poi, vengono rielaborati da Fabre in sculture e disegni che indagano la bellezza intrinseca del cervello come generatore di pensiero e creatività, luogo dell’elaborazione e della metamorfosi.

È una sorta di piacere estetico quello che il cervello suscita in Fabre, tanto da realizzarne uno piuttosto realistico in silicone e fibra di vetro − A Brain Full Of Empathy? – ininterrottamente vibrante, esposto dentro una teca di plexiglass, con tutte le sue circonvoluzioni, solchi e infinite connessioni. Questo è solo uno dei modi in cui il cervello domina la scena del percorso espositivo.

Lo troviamo adagiato sulla testa delle sculture-autoritratto in bronzo dell’artista − To Wear One’s Brain On One’s Head e De Blikopener − che ci accolgono al piano terra dell’ex Ufficio di Igiene, oppure, nei piani superiori, isolato con un tamburino che rappresenta il suono, con i remi ai lati come una barca, con un diavoletto seduto sopra, e, ancora, infilzato da un ombrellino come fosse un gelato.

Tutti lavori che mirano a concretizzare visivamente un cambiamento di paradigma, conferendo al cervello quel primato di centro propulsore dei sentimenti che un tempo era prerogativa del cuore. Fil rouge della mostra è il ritmo, il suono di quell’insieme di impulsi che attraversa tutto il corpo, quasi fosse un contrappunto, e che lega, in un gioco armonioso, nota dopo nota, le opere di Fabre a quelle di Donghi, De Chirico, Capogrossi, Janni, Cambellotti e Casorati.

Punto di partenza per il confronto con questi dipinti, ha detto Melania Rossi − curatrice della mostra insieme ad Achile Bonito Oliva − è proprio la frase di quest’ultimo, che per rispondere alla critica di pittura cerebrale imputata a un suo quadro aveva replicato: “Sono felice di avere un cervello che funziona. Il cervello è il centro del mondo”.

A quest’organo, descritto dagli scienziati come direttore d’orchestra dell’intero organismo umano e definito da Bonito Oliva, riferendosi all’opera di Fabre, come un astro siderale, fanno eco, in un gioco di rimandi simbolici, L’uomo che dirige le stelle, grande scultura in bronzo al silicio dorato che campeggia nella sala grande dell’edificio, raffigurante un uomo con in mano una bacchetta nel tentativo di governare l’universo, e Il ragazzo che porta la luna e le stelle sulla testa (in cera, legno e metallo), immagine dell’artista da ragazzo.

Opere poetiche a cui fanno da contraltare busti inquietanti come Homage to Jacques Mesrine, scultura dedicata al celebre bandito francese dai mille volti, che approfondisce l’idea di empatia e trasformazione, al centro dell’indagine artistica di Fabre, e ci ricorda il tentativo dichiarato dal performer belga di colpire lo spettatore al fine di innescare in esso un processo di cambiamento. E proprio quest’ultimo è alla base dell’arte che, come la scienza, sostiene Fabre, è un continuo salto nell’ignoto.






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