Qual è il confine che la tecnologia applicata alle politiche pubbliche non deve superare per evitare di trasformare le necessità di efficienza e sicurezza in un sistema di controllo totale, “gentile ma autoritario”? Se lo chiede il quotidiano britannico Guardian analizzando l’Olanda, uno dei più grandi “Big Brother” al mondo.

Casi di studio sono le città di Eindhoven e quella di Utrecht: le amministrazioni cittadine avrebbero investito somme ingenti nell’applicazione di tecnologie per contrastare, soprattutto, piccolo crimine e comportamenti anti sociali. Nella città del Brabante, per esempio, i lampioni di alcune vie del centro note per la movida (e per i disturbi che si porta dietro) a Stratumseind sono stati equipaggiati con tracker WiFi, telecamere e 64 microfoni in grado di rilevare comportamenti aggressivi e allertare gli agenti di polizia in caso di battibecchi.

Il prossimo piano, a partire da questa primavera, sarà quello di installare sistemi che diffondano nell’aria odore di arancia; a quanto sembra, calmerebbe i più esagitati. L’obiettivo? Rendere il centro di Eindhoven ​​un posto più sicuro ovviamente ma tutto a scapito della privacy.

Secondo la ricercatrice Maša Galic dell’Università di Tillburg, i passanti nello Stratumseind non si accorgono di camminare in un vero e proprio “laboratorio”: chi attraversa questo spazio pubblico viene “profilato”, ossia i dati vengono raccolti ed archiviati e questo solleva diverse questioni sul piano della privacy.

Altra città olandese, altro Grande Fratello: stando al Guardian ad Enschede la municipalità avrebbe installato dei sistemi che rilevano e tracciano smartphone e laptop nella città per monitorare gli spostamenti e quanto la città viene visitata e soprattutto quali sono i luoghi più frequentati. Il comune ha creato una “smart traffic app” che premia i cittadini che non usano l’automobile. Unico problema: la app crea dei profili e i dati raccolti sono di proprietà di un’azienda privata.

E su questo il quotidiano si sofferma: le società private specializzate nel data collection si muovono in una zona d’ombra difficile da normare. La ragione ufficiale della raccolta dati è sempre “l’innovazione” .Spesso i nuovi sistemi non rispettano le normative vigenti ma alle stesse municipalità mancano gli strumenti tecnici per poter valutare per intero l’impatto reale del “progresso” applicato alle città.

Il caso di Utrecht citato dal quotidiano britannico è forse il più esemplare: la città vanterebbe un numero indefinito di “smart project” avviati dal comune ma tanti e tanto sofisticati che la stessa municipalità si è dovuta avvalere, prettamente, del lavoro di società esterne che per ragioni di mercato e concorrenza parlano poco o non dicono molto sulle loro attività. La “smart city”, insomma, ha ben poco controllo democratico.

La città si difende sostenendo che i dati raccolti sono anonimi o pseudonimati (ossia al dato sensibile viene assegnato un numero) ma in ogni caso lasciano aperta la porta alla costruzione di profili individuali o di gruppo.

La questione riguarda soprattutto l’esternalizzazione; l’esempio preso dal Guardian è quello di CityTec società che gestisce in Olanda migliaia di parcheggi automatizzati, semafori smart e altra tecnologia applicata alla viabilità. Per ragioni di concorrenza, la società ha rifiutato di condividere i dati raccolti con i comuni: le regole, insomma, vengono dettate dalle aziende e non dalle istituzioni.