di Paolo Stohlman

Addtional editing: Chiara Cogliani

Mstyslav Chernov/Unframe, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

 

Dove c’è un muro c’è un problema. Lo sanno bene i messicani: la terra ferma del loro paese non finisce solo con il mare ma contro una barriera artificiale. E lo sanno anche i palestinesi stretti nel claustrofobico perimetro di muri e filo spinato.

Ma un muro può trovare fondamenta anche in Italia, nell’Europa che ama i diritti, bastano non siano quelli degli immigrati. Perché se a dividere l’Africa e l’Europa c’è di mezzo il mare, la barriera naturale non è basta a fermare chi cerca un futuro migliore. Da tempo, l’Italia, finanziata in parte dall’Unione Europea, ha provveduto a erigere un imponente reticolo di satelliti, droni, navi, voli di rimpatrio, per bloccare l’immigrazione dall’Africa. Un muro ma di gran lunga più articolato e crudele di un’opera di ingegneria.

L’inchiesta “The Big Wall” di ActionAid Italia vuole capire proprio questo complesso reticolo di barriere. Il lavoro, che ha richiesto quasi sei mesi, scrive la ONG, “non è un rapporto di ricerca ma un’inchiesta multimediale con un sito dedicato –  www.thebigwall.org – che vuol rendere fruibile a tutti una storia lunga e complessa, quella dei tentativi italiani di fermare le migrazioni via mare dal continente africano”.

A proposito del titolo scelto, dice uno degli autori, “è una semplificazione dato che non esiste un muro fisico, ma è in fase di costruzione ed evoluzione tramite finanziamenti europei”, dice a 31mag Giacomo Zandonini, giornalista specializzato in migrazioni, diritto d’asilo e politica estera, che ha lavorato al rapporto di ActionAid.

“Un aspetto centrale del nostro lavoro è stato capire l’entità dell’investimento”. L’Italia ha stanziato circa 1,33 miliardi dal 2015 al 2020 per fermare i flussi migratori, sulla base di una strategia di contenimento dei movimenti da e nel continente africano verso l’Europa. “Sono 377 le linee di finanziamento che abbiamo individuato, legate a iniziative di controllo delle frontiere”, aggiunge Zandonini.

“L’UE è uno dei maggiori contribuenti”, e ha in programma l’aumento dei fondi destinati alla gestione delle migrazioni nel bilancio pluriennale europeo 2021-27. Le fondamenta del muro sono i sistemi di sorveglianza e controllo delle frontiere: l’Italia ha investito 666 milioni in droni, aerei e tecnologie militari “dando come giustificazione umanitaria la lotta al traffico di persone”, sottolinea Zandonini. “C’è una concezione errata di cosa sia questo traffico. La maggior parte degli spostamenti dei migranti avviene tra Stati in cui la circolazione è autorizzata, come la Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale. Potremmo dire che non c’è bisogno della rete di trafficanti per spostarsi”.

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Altri comparti di spesa evidenziati dal rapporto, come Governance e Antitrafficking – che insieme ammontano a 288,7 milioni -, sono anch’essi finalizzati al rafforzamento del controllo delle frontiere. “Le iniziative messe in atto dall’Italia sono state pensate per renderle meno attraversabili”. Tuttavia, secondo Zandonini, si tratta di una politica che non ha avuto successo, “Questo ha fatto sì che i trafficanti in alcuni casi acquisissero più forza, perché l’attraversamento diventa più difficile e quindi bisogna affidarsi a qualcuno, con costi e rischi elevati”.

L’inchiesta ha identificato altri 95 milioni nel comparto di spesa Cause Profonde, finanziamenti per cooperazione allo sviluppo al fine di migliorare le condizioni economiche e sociali dei Paesi africani. Di fatto, “si è fatta strada l’idea dell'”aiutiamoli a casa loro” “, afferma il ricercatore.

Tuttavia, aggiunge, “la relazione tra cooperazione allo sviluppo e riduzione delle migrazioni non è per nulla univoca. Lo sviluppo, secondo diversi studiosi, porta ad un propensione maggiore a migrare perché c’è più disponibilità di risorse“.  

Solo 15 milioni, le briciole dell’ingente finanziamento, sono destinati alla creazione di vie legali per i flussi migratori. “La possibilità di muoversi in modo regolare andrebbe a ridurre il mercato dei trafficanti”, ci dice il giornalista, il quale propone un’alternativa alla mano pesante dei fondi italiani ed europei.

Yann Fauché & Alma Mulalic @wikipedia CC 3.0
Yann Fauché & Alma Mulalic @wikipedia CC 3.0

Si potrebbe immaginare una convergenza di questi due approcci: modificare la strategia di contenimento in senso di rispetto dei diritti umani, e al contempo lavorare per rendere più semplice l’accesso al territorio“. E sarebbero due piccioni con una fava se si pensa alla popolazione sempre più anziana dei Paesi UE. “La forza lavorativa diventerà sempre più ristretta, con sistemi di welfare che rischiano di non reggere. Di fronte a questo problema e per mantenere un sistema produttivo di un certo tipo, è importante rivedere le modalità d’ingresso”. Un tema che però resta tabù e politicamente scomodo.

Secondo Zandonini, una maggiore mobilità è nell’interesse di tutti. “Sappiamo che chi arriva attraverso il Mediterraneo, sopravvivendo a questo viaggio, molto difficilmente tornerà indietro”, ma se migrare fosse più semplice potrebbero esistere “migrazioni con visto per chi cerca lavoro con possibilità di tornare legalmente nel paese di origine”, suggerisce il giornalista.

La gestione delle migrazioni poteva essere per l’Italia, e l’Unione Europea, occasione di mostrare dove si fosse arrivati in materia di diritti e valori democratici, tanto ostentati dalle istituzioni. Al contrario, le misure di controllo della mobilità sono prova tangibile dell’abbandono dei migranti a loro stessi. Secondo Zandonini, quelle sviluppate “sono politiche neocoloniali. Non è un caso che che l’Italia abbia un forte intervento in Libia e l’Etiopia”.