The Netherlands, an outsider's view.

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HISTORY

Diaspora molucchese, dai campi al terrorismo degli anni ’70

Parla Peter Bootsma, politologo autore di "De Molukse Acties", per raccontare il radicalismo molucchese



di Paolo Rosi

“Dopo l’indipendenza dell’Indonesia, il primo grosso problema riguardò i molucchesi che abitavano l’arcipelago meridionale, per quasi trecento anni collaborazionisti del regime coloniale”, racconta a +31mag.nl Peter Bootsma, politologo autore di De Molukse Acties e consigliere comunale a Leiden per il D66. “Con l’unificazione dell’Indonesia, molti di loro che erano arruolati nell’esercito coloniale olandese, il KNIL, non volevano uno stato unitario e nel 1950 proclamarono la Republik Maluku Selatan (RMS), subito osteggiata da Sukarno.”

Ma chi aveva il potere diplomatico di negoziare con il neonato stato indonesiano sulla creazione della RMS? Nessuno, nemmeno gli europei. Così dopo l’intervento di una corte olandese, che riconobbe la responsabilità dell’oramai ex-madrepatria nei confronti dei Molucchesi, cominciarono le traversate verso i Paesi Bassi: “Una quindicina di navi che impiegarono un mese di viaggio”, continua Bootsma, “ma con gli sbarchi arrivarono anche i problemi. Per l’Olanda la migrazione era volontaria, mentre per i Molucchesi era l’unica soluzione possibile, accettata come temporanea e con la speranza del ritorno”.

fonte: Moluks Historisch Museum

fonte: Moluks Historisch Museum

Così non fu, chiaramente. E 12.500 tra ex-combattenti del KNIL e famigliari vennero alloggiati in sistemazioni temporanee, come l’ex-campo nazista di Westerbork: soluzioni predisposte all’ultimo perché il governo non si aspettava un verdetto favorevole della corte. “Erano luoghi separati dalla società, come vecchi campi e basi militari, sotto l’autorità del Commissariaat Ambonezenzorg”, precisa l’esperto. Baracche, sostanzialmente, dove a volte mancava addirittura il riscaldamento, con cucine comuni, una chiesa e qualche negozio. E dove i Molucchesi, fino agli anni ’70, vivevano da apolidi: “Talvolta con le valige pronte per tornare indietro, mentre in alcuni dei campi si faceva quasi vita militare con tanto di divise e adunate al mattino”.

fonte: Moluks Historisch Museum

fonte: Moluks Historisch Museum

Vivevano segregati, i profughi delle Molucche, spesso facendo lavori in nero o nei campi, mentre lo stato forniva loro solamente un tetto e un piccolo sussidio. Una condizione che nel corso di un ventennio influì fortemente sulle seconde generazioni, cresciute separate dalla società olandese e nel mito del nazionalismo molucchese.

Da qui il passo verso la radicalizzazione fu breve. Tra la fine degli anni ’60 e nel corso dei ’70, l’Olanda fu infatti il teatro delle Molukse Acties, azioni radicali portate avanti da giovanissimi terroristi molucchesi in quasi un decennio. “Volevano che l’opinione pubblica si accorgesse della loro presenza, ma soprattutto che il governo mantenesse le promesse sulla RSM. Prima ci fu l’assedio dell’Ambasciata Indonesiana a Wassenaar, nel 1970, poi il tentato di rapimento della Regina Giuliana, sventato nella primavera del 1975; infine, i primi di dicembre dello stesso anno, il sequestro di un treno con a bordo 50 ostaggi, vicino Wijster, assieme all’assedio del Consolato Indonesiano ad Amsterdam.”

Il governo fece sempre ricorso ai rappresentati della comunità molucchese (il presidente in esilio Johan Manusama e il reverendo Metiarij) per mediare con i terroristi. Anche per questo le azioni si conclusero sempre con l’arresto dei responsabili e un limitato numero di vittime. Due anni dopo, però, la situazione era cambiata di poco e la frustrazione dei “figli dei profughi” portò a due degli episodi più sanguinosi nella storia del terrorismo in Olanda.

Il 23 maggio del 1977, infatti, un secondo treno con decine di ostaggi a bordo venne sequestrato a De Punt, sul confine tra le province di Groningen e Drenthe. Contemporaneamente la scuola elementare di Bovensmilde, con un centinaio di bambini dentro, venne presa in ostaggio da un secondo gruppo di molucchesi. “Questa volta il governo esaurì la pazienza. Dopo venti giorni di negoziati i marines olandesi entrarono in azione. Ma nella comunità molucchese ancora è forte l’idea che i soldati, quel giorno, abbiano usato troppa violenza”, dice il politologo.

Sì perché del treno fermo a De Punt fu letteralmente crivellata la carrozza di testa e vennero uccisi tutti gli attentatori assieme a due degli ostaggi. Un rapporto governativo uscito nel 2014, però, dimostrerebbe che alcuni dei terroristi, come la ventenne Hansina Uktolseja, sono stati colpiti a terra e da distanza ravvicinata e che gli ostaggi sono caduti sotto il fuoco amico dei reparti speciali.

“Io ho intervistato alcuni militari che presero parte all’operazione. Sostengono si tratti di una contestazione piuttosto naïve: quando il governo diede il via, divenne una questione di vita o di morte. Ho anche rintracciato Rinus, un soldato che per aver partecipato alla missione, nel 1977, ancora oggi vive sono copertura, guardarsi sempre alle spalle”, conclude Bootsma.

fonte: Moluks Historisch Museum

fonte: Moluks Historisch Museum

Dopo l’attacco al treno, anche i molucchesi asserragliati nella scuola cedettero: il deterrente aveva funzionato. E il ’77 fu infatti un punto di svolta: la sfera pubblica si accorse violentemente dei profughi dimenticati delle Molucche, il governo comprese la necessità di “silenziare” le proteste con un maggiore impegno nel welfare. Così l’anno successivo, con la presa di un edificio governativo ad Assen, finiva la parabola del terrorismo molucchese.

La tragedia di questo popolo, però, a suo modo rimane: una storia d’abbandono di cui le Acties sono un capitolo sanguinoso; frutto di un sistema d’accoglienza che assomigliava più a un regime di semi-apartheid. Oggi la questione della Republik Maluku Selatan è per molti ancora una ferita aperta. Anche se i processi di integrazione e assimilazione, dagli anni ’80 in poi, hanno cambiato significativamente la condizione dei primi profughi arrivati sul suolo olandese.






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