Mark Rutte è salvo per pochi voti: con una mozione di censura finita 76 a 67, il premier scongiura di poco una crisi che avrebbe potuto essere fatale per l’esecutivo. La questione riguarda ancora il memorandum sulla tassa sui dividendi, il verbale della discussione tra i partiti richiesto dall’opposizione per comprendere la decisione -da molti considerata irragionevole- di introdurre la controversa riforma.

Ma l’immagine del primo ministro è uscita distrutta da questo episodio, e con lui quella dei colleghi di coalizione. “Non so e non ricordo”, queste le frasi borbottate con un certo imbarazzo dai leader dei 4 partiti che compongono il Rutte III mentre cercavano di schivare le bordate dell’opposizione.

Su un punto destra e sinistra sono concordi: il premier avrebbe avuto diverse occasioni per ammettere di aver mentito e correggere il tiro ma cosi, si chiedono dal PVV all’SP, chi puo’ fidarsi di un primo ministro che mente su questioni di tale rilevanza?

Dell’esistenza del “memorandum fantasma”abbiamo saputo solo grazie agli stralci pubblicati dal quotidiano Trouw, altrimenti -per l’esecutivo- non esistevano carte che documentavano il dibattito tra le forze politiche.

Dalla lettura delle 40 pagine, rese pubbliche dall’esecutivo lunedi, emerge che il ministero delle finanze avrebbe sconsigliato il governo di procedere con l’abolizione della tassa ma Rutte avrebbe ignorato quel parere; secondo i partiti della coalizione, infatti, tale misura servirebbe per attirare multinazionali nel paese.

Ma secondo l’opposizione la storia è diversa; per Lodewijk Asscher, leader dei laburisti (Pvda) Shell e Unilever avrebbero minacciato di lasciare l’Olanda se il governo non avesse acconsentito a questo provvedimento.