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CULTURE

Tales of Persia al Mezrab. Quando le storie si fanno musica

Per l'Ud Festival la magia dei racconti di Sahand Sahebdivani e lo note di Yasamin Shahhosseini

di Giuseppe Menditto

Delle quattro storie che raccontano le origini dell’ud, il liuto a manico corto diffuso in moltissimi paesi, quella meno convincente è la più affascinante: oltre infatti ad attribuirne l’invenzione a Lamech, pronipote di Caino, si ricorda come l’ud sia nato dallo scambio che il diavolo generosamente offrì ai figli di Davide in cambio di tutti o quasi i loro strumenti. Se così fosse, non sarebbe strano allora che la pancia della cassa armonica celi qualcosa di diabolico mentre le coppie di corde condensino le voci degli strumenti sacrificati in pegno.

Che sia maledettamente ammaliante e modulabile lo ha dimostrato per l’ennesima volta una virtuosa dello strumento ospite del Festival Ud di Amsterdam: Yassamin Shahhosseini. 

Laureatasi alla School of Performing Arts dell’Università di Tehran, ha a lungo studiato la musica tradizionale persiana con il maestro Mohammad Firouzi e oggi insegna in quello stesso istituto dove si è formata. Abbandonato lo studio del pianoforte in tenerissima età, Yassamin ha intrapreso lo studio dell’ud dopo aver visto un video della musicista irachena Naseer Shamma. 

Quando sale sul palco del Mezrab per l’UD Festival, la sua figura angelica brevemente articola a vuoto le dita della mano sinistra prima che le note dello strumento inizino a risuonare per il pubblico raccolto: per l’artista l’ud non è uno strumento per preservare una musica tradizionale musealizzata. Al contrario rivela la possibilità di esprimere idee e sentimenti affidandoli a una tecnica millenaria. Quando le corde dell’ud vibrano, si è immediatamente immersi in una storia che dà corpo ai racconti antecedenti al nostro caro “c’era una volta”. 

Ma Yassamin non è sola sul palco. La serata ha per titolo Tales of Persia e alla giovane musicista si accompagna Sahand Sahebdivani, anima promotrice del Festival e che proprio al Mezrab è di casa nei panni di gestore e tessitore di storie come abbiamo recentemente raccontato. 

La cultura persiana, molte sue espressioni linguistiche o il gusto per il racconto non sono elementi accidentali o estetizzanti: chiunque abbia viaggiato per il paese o abbia assistito a una conversazione tra iraniani, avverte non soltanto la venerazione popolare e quotidiana verso la parola poetica di Rumi o Hafez ma sa altrettanto bene quanto l’identità iraniana ancora oggi si plasmi attraverso i racconti. Se anche una chiacchierata banale rivela un potenziale  narrativo enorme, s’immagini cosa comporti rievocare ed elaborare recenti episodi della travagliata storia: la fuga di molti dopo la fine dello scià, la rivoluzione islamica di Khomeini o la guerra con l’Iraq. 

Le storie che racconta Sahand sono diverse e si rincorrono una con l’altra: il cacciatore e il furbo uccellino, il re e le tre bambole apparentemente identiche, i tre fratelli del bazaar di Tehran. Il mondo animale, assieme a quello dei folli e degli affabulatori, raccorda le vicende degli umani per richiamarli sempre alla morigeratezza, alla temperanza e alla ricerca di saggezza. Modelli di virtù poi divenuti ai nostri orecchi europei ben familiari grazie all’epica e alle favole di Esopo e Fedro.

Ma il racconto clou della serata è quello che Sahand trae dallo Shahnameh – Il libro dei Re – di Firdusi, il maggior poeta epico della letteratura persiana medievale.

Si racconta della vicenda di Rostam, invincibile eroe, e suo figlio Sohrab.

Alla ricerca del suo maestoso cavallo Rakhsh, Rostam sconfina nei territori di Samangan. Il re, intuendo che lo avrebbe catturato soltanto sacrificando molti uomini, decide di accoglierlo nella sua dimora e gli promette di assisterlo il giorno successivo nella ricerca del suo fiero animale. Dopo essere stato rifocillato e ormai prossimo al sonno, Rostam è sorpreso dalla principessa Tahmina: la figlia del re s’introduce nella sua camera per una notte di passione. Prima di separarsi per sempre, il possente uomo le affida due monili da intrecciare nei capelli nel caso nasca una fanciulla o da legare al braccio dell’eventuale figlio maschio.

Anni dopo, durante l’epica guerra tra Iran e Turan, i due eserciti decidono di affidare a una lotta tra i propri rispettivi eroi la sopravvivenza di uno dei due regni. L’ignaro e imbattuto Rostam è chiamato a scontrarsi con un misterioso avversario – il cui nome non è chiesto e non viene perciò fornito – e per due volte consecutive viene battuto: prima del terzo e conclusivo combattimento, decide di nascondere un pugnale per uccidere slealmente il nemico. Soltanto dopo averlo trafitto, scoprirà che al braccio indossa il bracciale che aveva donato a Tahmina. In punto di morte, il giovane Sohrab non lo rimprovera per la slealtà manifestata perché è sicuro che il suo valoroso padre, nonostante l’appartenenza alla fazione opposta, prima o poi lo vendicherà. Pur avendo salvato il suo popolo, Rostam capisce allora di essere stato duplicemente sconfitto: nello stesso istante ha perso un figlio appena trovato e il suo stesso onore. 

Come ricorda Sahand, tutti hanno bisogno di raccontare e ascoltare storie: i bambini che aspettano i padri distrutti dopo una giornata di lavoro e gli adulti in esilio che si incontrano per condividere le proprie storie attorno alla fontana del locale centro culturale. Tutti alla fine del racconto avranno gli occhi lucidi, i piccoli per la meraviglia, gli altri perché già conoscono l’epilogo della vicenda e sperano che finisca in maniera differente ma sanno già che così non sarà. 

Non è un caso che la vicenda di Rostam e Sohrab, fatta di grandi passioni, tradimenti e dolore, ricordi a molti la storia dello stesso Iran.

 


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