CoverPic@Erik Albers | Wikimedia | CC 1.0

di Viola Santini

L’essere umano è fatto di narrazioni: il racconto è la chiave interpretativa che gli permette di vivere e di spiegarsi la vita. Creare nuove narrative, quindi, significa evolversi: lasciare indietro vecchi mondi per trovarne di nuovi.

Adnan Samman con la sua arte fa questo: dà vita a narrative alternative del Medio Oriente, combinando vecchie storie con colori, forme e stili nuovi. Adnan ha ventisette anni ed è originario di Hama, una fortezza di pietra e mulini ad acqua in Siria centrale. Ora vive a Venezia, ma negli ultimi dieci anni ha viaggiato molto, assorbendo spunti artistici e culturali dai vari paesi che ha attraversato.

Uno dei suoi progetti più interessanti è @syriabefore2011, un archivio digitale che custodisce fotografie di città e di vita quotidiana in Siria prima del conflitto. I suoi lavori, spesso, partono proprio da vecchie foto d’archivio, a cui Adnan dà significati tutti nuovi attraverso la manipolazione digitale e il collage.

 

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Abbiamo parlato con lui di arte, politica e vita, e di come questi tre elementi siano strettamente legati tra di loro.

La tua arte sembra avere un chiaro messaggio politico, ma tu come la definisci? L’arte di oggi, secondo te, può essere apolitica?

Vedo la mia arte, i miei lavori, più come un’estensione di me stesso. Non sono molto bravo a comunicare con gli altri, specialmente se si tratta di grandi gruppi di persone, in altro modo: non sono un grande oratore. Con il tempo ho imparato che il modo migliore che ho per dire qualcosa è creando contenuti. Così ho iniziato a sperimentare. Questo è la mia arte per me: un modo di comunicare e uno strumento per condividere ciò che sento.

Credo che, in termini generali, l’arte possa essere apolitica, ma nel caso della Siria è difficile separare l’arte dalla politica e dalla vita. Alcune persone sostengono che potremmo, e dovremmo, parlare della Siria senza nominare la guerra, o la situazione politica. Per me questo è un approccio sbagliato.

La tua arte è visuale e digitale. In che modo i media e il digitale contribuiscono a creare nuove narrazioni del Medio Oriente?

I media digitali danno infinite opzioni: superano i limiti di pennelli, fogli, matite.  Il digitale non ha restrizioni e, spesso, è anche molto meno costoso. Non molte persone in Medio Oriente possono permettersi gli spazi e gli strumenti che l’arte “tradizionale” richiede. Però, se hai un solo strumento che ti permette di fare qualsiasi cosa, creare diventa infinitamente più facile. I nuovi medium sono d’aiuto sia da un punto di vista creativo, sia da un punto di vista economico.

Guardando I tuoi lavori, ho notato che c’è un tema ricorrente: quello del corpo. Cosa rappresenta per te?

È vero. Quello che più mi interessa dei corpi è la loro crudezza, l’onesta con cui veicolano le emozioni, e la libertà che esprimono, soprattutto se si tratta di nudi. I corpi, poi, provocano: per mandare un messaggio a un pubblico, devi ottenere la loro attenzione, e un corpo lo fa sempre.

Qual è, secondo te, il problema maggiore dell’Occidente: il fatto di rappresentare poco l’Oriente, o di rappresentarlo nel modo sbagliato?

Il problema più grande è, secondo me, che pochissime persone cercano di capire fino in fondo quello che succede in Medio Oriente: molti si fermano in superficie, mentre molti altri sostengono di saperne molto, ma sono male informate. Per esempio, qualcuno mi ha detto di non saper prendere le parti della guerra in Siria: non li tocca abbastanza per poter decidere da che parte stare.

In generale, la rappresentazione del Medio Oriente che si ha in Occidente è molto superficiale, e non ne rispecchia la vivacità e la complessità.

Sul tuo sito scrivi che i tuoi lavori sono strettamente collegati con la nostalgia. Cosa significa per te nostalgia?

Per me, la mia arte è una sorta di rappresentazione visiva della nostalgia: io e molti altri ci ricordiamo di com’era prima della guerra, e quella è un’immagine del nostro paese a cui siamo molto legati. La mia generazione in particolare – quella nata tra gli anni ’80 e ’90 – è affetta da questo senso di nostalgia perenne, che non ci lascia mai. Io cerco di manifestare questo sentimento, questa bramosia per qualcosa che non c’è più, nei miei lavori, mischiando immagini, disegni e fotografie di quello che c’era prima, con elementi di ciò che c’è ora. La sovrapposizione di questi due piani temporali è, per me, la nostalgia.