di Mara Noto e Viola Santini

Una sanguinosa disputa territoriale lunga (oltre) trent’anni, due Paesi che si contendono un territorio più piccolo del Molise e una soluzione – temporanea o permanente, nessuno può dirlo – trovata il 10 novembre 2020 con un’accordo di pace, mediato e fortemente voluto dalla Russia.

Quella del Nagorno Karabakh è una storia complessa e controversa, segnata da distanze culturali, religiose e politiche. Allo scoppio dell’ennesima ripresa del conflitto, avevamo raccolto le testimonianze di due donne: una armena, l’altra azera, entrambe originarie del Nagorno Karabakh, o Repubblica di Artsakh spinti dalla necessità di capire meglio una storia poco raccontata dai media mainstream e lontana dall’attenzione generale dell’opinione pubblica occidentale.

Per aggiungere un altro tassello al mosaico e magari capire altro, abbiamo pensato di guardare il conflitto, oltre il conflitto, chiedendo a delle musiciste di parlarci della loro formazione culturale, per capire meglio come siano nate le loro passioni e quanto siano state influenzate dal dramma del conflitto.

La realizzazione di quest’articolo ha richiesto uno sforzo enorme tanto alle nostre interlocutrici, quanto a noi: lo sforzo di chi, nel mezzo del conflitto, con familiari e conoscenti al fronte, ha comunque trovato la forza di condividere con noi i suoi pensieri mentre altri, semplicemente non se la sono sentita.

Nazrin Mammadova (Inherroom), è un artista interdisciplinare di origine azera. La sua pratica è compresa nell’esplorazione tra le arti visive, il sound design e la performance art.

  1. Come e in quali circostanze ti sei appassionata di musica?

Francamente, sono sempre stata alla ricerca della musica, sin dalla mia infanzia. In mancanza di internet e canali tv che trasmettessero musica, ho dovuto cercare modi alternativi per averne accesso. Vivevamo in una piccola cittadina, Ganja, a nord-ovest dell’Azerbaijan, senza ombra di un negozio di musica che offrisse un catalogo internazionale, o qualcosa di diverso dalla musica popolare e commerciale che non serviva affatto al mio interesse. Incontrai un signore che contrabbandava VHS e gli chiesi se potesse fare lo stesso per me, con le cassette. Avrei comprato qualsiasi cosa a qualsiasi costo. Poi durante un viaggio in Russia scoprì una rivista di musica, e di ritorno a Ganja chiesi in edicola se potessero portarmi una copia ogni mese. Finì cosi per spendere la mia paghetta del pranzo in cassette e riviste. Dal vivo invece mi sono esibita solo intorno al 2015. Un mio amico mi invitò a suonare in un piccolo locale underground nel centro città. Ero tra le prime dj donne, anche se non mi consideravo affatto una. Ero testarda, Il mio obiettivo era quello di condividere qualcosa di inascoltato e inaspettato, piuttosto che il solito materiale di intrattenimento che la folla favoriva.

  1. Cosa ci racconti della scena elettronica di Baku? Come si è sviluppata?

Quando mi sono diplomata al liceo e potevo finalmente uscire la sera, iniziai a frequentare i club di Baku. Ricordo che allora la scena era fortemente incentrato sull’hip-hop e RnB. Solo più tardi, con la fine del 2010, c’è stato un lento e costante sviluppo verso la musica elettronica. All’epoca c’erano alcuni locali interessanti che ora purtroppo hanno chiuso. La scena elettronica però è decisamente esplosa negli ultimi 5 anni, grazie ai nostri vicini a Tbilisi, in Georgia anche se qui, rimane ancora molto limitata. Per quello che faccio io mi considero una outsider in questo senso, vengo spesso criticata dai promoter di essere troppo eclettica per il pubblico locale.

  1. Puoi parlarci dei tuoi suoni e delle influenze (sia musicali che culturali) ?

Ho una laurea in Belle Arti a Mosca, e questa è stata una delle esperienze fondamentali che mi ha permesso di venire a contatto con artisti e musicisti, uniti dall’astrattismo russo più che da un genere in particolare. Infatti, è difficile per me classificare i miei suoni; sono fluidi e cerco profondità in questa fluidità. Mi definisco multidisciplinare in questo senso, e anche in termini di ciò che suono. In fondo sono una sperimentatrice e ciò che faccio si differenzia da ciò che tipicamente potrebbe essere identificato come musica. Ma solo per darvi un’idea, i suoni con cui lavoro sono: dub, broken beat, jungle, garage, ambient, drum and bass, neo-grime, post-dubstep, synth, modular, mutant techno, trip-hop, new age, musica cinematica e tanti altri ancora.

4. In che modo è stata influenzata la produzione artistica / musicale in tempi di guerra come quello in cui vivi?

Già prima della guerra e della pandemia mi stavo gradualmente allontanando dalla scena dei club. Sono profondamente consapevole dei rischi fisici e mentali del tipico stile di vita da DJ, quindi è da un po di tempo che mi trovo più orientata verso uno stile post-club, in cui ho superato lo spazio e l’ambiente del club e del disordine che ne deriva. Lo spazio del club, a mio parere infatti non è una tela abbastanza ampia per trasmettere tutte le mie idee. Se la nozione del club è cambiata, è cambiata anche la nostra comprensione della musica elettronica che richiede una percezione più intellettuale. Di recente ho scoperto il concetto di “Conceptronica” di Simon Reynolds, che descrive della “musica da contemplare con le orecchie, di cui e con cui pensare. Questo è esattamente ciò su cui si concentra il mio attuale obiettivo.

  1. Come stai affrontando personalmente e quindi anche artisticamente il conflitto?

Sto preparando una serie di podcast per variox.az, una piattaforma locale che mostra la nostra arte e cultura sotto prospettive diverse, con lo scopo di farla rivivere e sviluppare. Sono podcast radiofonici con uno scopo educativo, affronto soprattutto il concetto di Suono e come è percepito. Sto realizzando questi podcast nella mia lingua madre, l’azero. A causa della barriera linguistica tanti miei connazionali non hanno accesso al sapere, sono pochi i testi e le pubblicazioni in azero, e non tutti parlano russo o inglese. Cerco di sensibilizzare le persone, perché il modo in cui ascolti, è il modo in cui sviluppi la tua cultura. Con la situazione che stiamo affrontando la mia pratica si è spostata verso una bussola morale ed etica che mi guida verso la creazione di una cultura, in cui do e condivido non solo idee ma anche modi e mezzi per permettere una più ampia comprensione e implementazione delle idee in tempo reale. Sto solo facendo la mia piccola parte in questa missione verso un processo di risveglio e anticipazione del cambiamento. Il mondo e la società stanno cambiando. Credo che a prescindere dalle difficoltà del 2020, siamo entrati in una miracolosa era di rinascita.

  1. Cosa pensi dell’esito del conflitto?

Sono molto grata che ciò sia accaduto e per il modo in cui le persone oggi stanno cambiando davanti ai miei occhi. Stanno diventando più gentili, l’empatia sta crescendo. Oggi sono ancora più consapevole della mia responsabilità nei confronti della mia patria e dell’intero pianeta. Sono sopraffatta da un senso dell’onore. E sono pronta a portare la mia arma del potere creativa con dignità come luce verso la vittoria. Che l’onda della giustizia inizi con la vittoria nella terra del fuoco. Siamo più preziosi di quanto pensiamo. Sono sicura che l’amore per il prossimo e per gli altri regnerà, e la magnanimità e la misericordia riempiranno i cuori di tutti, mentre la compassione e l’empatia ravviveranno il ripristino dell’armonia. Dirigo le mie preghiere verso la guarigione. Le mie preghiere intendono una volta per tutte ripristinare, rafforzare e ravvivare una pacifica convivenza. Le terre che una volta erano un giardino verde dell’Asia centrale, ora un luogo semplicemente deserto e roccioso. C’è molto lavoro da fare per ripristinarlo mentalmente oltre che ecologicamente.