di Mara Noto e Viola Santini

Una sanguinosa disputa territoriale lunga (oltre) trent’anni, due Paesi che si contendono un territorio più piccolo del Molise e una soluzione -temporanea o permanente, nessuno può dirlo- trovata il 10 novembre 2020 con un’accordo di pace, mediato e fortemente voluto dalla Russia.

Quella del Nagorno Karabakh è una storia complessa e controversa, segnata da distanze culturali, religiose e politiche. Allo scoppio dell’ennesima ripresa del conflitto, avevamo raccolto le testimonianze di due donne: una armena, l’altra azera, entrambe originarie del Nagorno Karabakh, o Repubblica di Artsakh spinti dalla necessità di capire meglio una storia poco raccontata dai media mainstream e lontana dall’attenzione generale dell’opinione pubblica occidentale.

Per aggiungere un altro tassello al mosaico e magari capire altro, abbiamo pensato di guardare il conflitto, oltre il conflitto, chiedendo a delle musiciste di parlarci della loro formazione culturale, per capire meglio come siano nate le loro passioni e quanto siano state influenzate dal dramma del conflitto.

La realizzazione di quest’articolo ha richiesto uno sforzo enorme tanto alle nostre interlocutrici, quanto a noi: lo sforzo di chi, nel mezzo del conflitto, con familiari e conoscenti al fronte, ha comunque trovato la forza di condividere con noi i suoi pensieri mentre altri, semplicemente non se la sono sentita.

Lara Sarkissian è un’artista di origine armena, residente negli USA. La sua pratica artistica spazia dalla sperimentazione dei suoni alla produzione cinematografica.

  1. Come e in quali circostanze ti sei appassionata di musica?

Ho iniziato a produrre musica e a lavorare come DJ nel 2015. Prima mi occupavo di produrre cortometraggi sperimentali. Nel 2013, durante un corso di Design del suono nel cinema all’Università di Copenaghen, ho iniziato ad avvicinarmi alla produzione musicale. Nel 2015, insieme a 8ULENTINA ho dato vita a una casa discografica, la CLUB CHAI, che si occupa di promuovere eventi dance. La collaborazione è alla base della mia esperienza artistica: permette di svilupparsi e scoprire nuove prospettive. Anche se a volte ciò avviene inconsciamente, nessun prodotto artistico è frutto del lavoro di un solo individuo. È molto importante per me, in quanto “figlia” della diaspora armena, creare delle connessioni sia con artisti che vivono nella mia comunità (San Francisco e Oakland), sia con producers e djs armeni. Solo in questo modo, tenendomi in contatto con luoghi e persone diverse ma che fanno ugualmente parte della mia storia, riesco a sentirmi realmente “intera”. È proprio per questo che il mio progetto, Club Chai, cerca di ottenere sound comunitari, frutto di un lavoro collettivo.

  2. Cosa ci racconti della scena elettronica a Yerevan? Come si è sviluppata?

A ottobre del 2019 ho fatto il mio primo DJ set a Yerevan, in uno dei club più recenti, il Poligraf. Nello stesso anno ho lavorato anche per una radio locale online, radio Bohemnots. A Yerevan si sta sviluppando, ormai da un po’ di anni, una scena elettronica underground. Stanno aprendo molti nuovi spazi e realtà che si occupano di sound e performance elettroniche – ma non solo – e danno visibilità agli artisti locali. I più famosi sono il Poligraf, la Mirzoyan Library e il Basement.

3. Puoi parlarci dei tuoi suoni e delle influenze (sia musicali che culturali) che hai avuto?

La mia musica elettronica si basa sull’uso di strumenti armeni, uniti al genere elettronico sperimentale, all’ambient e a quello techno. Ho prodotto anche alcune incisioni per film e installazioni sperimentali, una fusione tra le arti visive e la musica. Ho sempre voluto prendere i suoni armeni, sintetizzarli e spingerli nel nuovo mondo della musica sperimentale. Creare nuovi linguaggi con quei suoni “antichi”, per raccontare la mia storia di Armena della diaspora che è cresciuta negli Stati Uniti. È molto importante per me capire come posso connettermi con altre culture attraverso il mio legame musicale con l’Armenia: questo mi permette di creare conversazioni nuove e del tutto inaspettate. Inoltre, la cultura armena è molto variegata: varia in base al paese in cui i figli della diaspora sono nati e cresciuti. Conoscere e collaborare con questi artisti armeni da tutto il mondo, che, come me, sperimentano e “rischiano” in modo non tradizionale, è indispensabile per la mia produzione artistica e per la mia crescita personale.

4. In che modo è stata influenzata la produzione artistica / musicale in tempi di guerra come quello in cui vivi?

Quando ho parlato con artisti attivi nella scena Armena e dell’Artsakh (musicisti, DJ, registi…) – tutti mi hanno raccontato di essere stati fortemente segnati dal fatto che loro coetanei e amici sono stati costretti a combattere per difendere la loro madrepatria, e molti hanno perso la vita in questa guerra. Nessuno di loro aveva scelto di fare il soldato: erano giovani come me, persone che avresti potuto incontrare in un club. Tuttavia, non hanno potuto fare altro se non difendere la propria terra da atrocità come la pulizia etnica, il colonialismo e il genocidio perpetrate dagli Azeri e dai Turchi. Abbiamo perso tantissimi DJ, artisti e musicisti della comunità di Erevan.

5. Come stai affrontando personalmente, e quindi anche artisticamente, il conflitto?

Quando penso alle difficoltà che l’Armenia ha storicamente incontrato, mi ricordo anche di quanto la musica sia stata uno strumento indispensabile per il mio popolo, per affrontare le persecuzioni e le migrazioni forzate. La musica è resilienza. Anche nei momenti più difficili, è un modo di narrare storie, riunire persone e formare una comunità. Dall’altro canto è capace di portare gioia ed aiuta a sopravvivere. La musica e l’arte possono essere viste come una “via di fuga”, e non solo: possono portare auto coscienza, e ci danno un modo di dare forma alla nostra auto narrazione. Quindi, artisticamente parlando, il conflitto mi ha dato più forza per andare avanti nella mia produzione musicale e culturale. È stato molto difficile, ma ora ho le idee più chiare che mai.

 6. Cosa ne pensi dell’esito del conflitto? 

Non so cosa succederà nel lungo periodo. Potrebbe ripetersi tutto da capo, perché il vero fine di questa guerra non è l’Artsakh. La cosa più importante adesso è aiutare i 120 000 e più armeni dell’Artsakh, che si sono trovati senza casa, e ricostruire il frammento di Artsakh, distrutto dalla guerra, che è rimasto agli Armeni. ArmeniaFund.org e ParosFoundation.org sono due iniziative umanitarie che stanno facendo proprio questo.