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Sweet sixteen, buon compleanno OT301

In occasione del 16° compleanno dell'OT301, passato, presente e futuro di uno degli ex-squat più iconici di Amsterdam



di Francesca Spanò

Sweet sixteen, è proprio il caso di dirlo. Ieri, 14 Novembre, l’OT301, uno degli ex-squat più iconici di Amsterdam ha compiuto 16 anni e ha festeggiato con un evento open day dedicato alla cultura underground.

“La possibilità di spaziare tra diverse attività culturali è il nostro punto forte, quello che le persone apprezzano veramente dell’OT301. Ci piace immaginarci come un grande laboratorio”, racconta Ivo Schmetz, uno dei membri del collettivo.

Danza, musica, cibo, arte, esposizioni, dibattiti, radio e ovviamente, gli ex-squatters, che in una Amsterdam sempre più commerciale, portano avanti la visione annunciata nel 1999: quella di fornire uno spazio artistico underground e di portare la collettività a riflettere sui propri principi e sui propri obiettivi.

“Credo che il nostro collettivo abbia vissuto non poche trasformazioni negli ultimi 16 anni, ma le nostre idee principali e la nostra vision sono sempre rimaste vive. Ambiamo ancora a essere un’open space per la creatività e l’indipendenza, anche se abbiamo dovuto trovare il modo di adempiere ai nostri obblighi, da quando la nostra fondazione, la EHBK, ha comprato il palazzo”, racconta Schmetz.

La storia è nota: nel ’99 un gruppo di artisti decise di fondare la EHBK (First Aid for Art and Society), con l’intento di “squattare” una delle proprietà in disuso del centro di Amsterdam e di trasformarla in un centro culturale alternativo. L’occasione d’oro, poco dopo, si presentò nell’ex School of the Arts (AHK) in Overtoom 301.

Il giorno prescelto per fare irruzione nell’edificio fu il 14 Novembre. Nel fervore delle prime settimane, con il beneplacito della stampa e di parte della politica, l’OT301 venne aperto al pubblico, pur rimanendo, legalmente, proprietà dell’AHK, fino al Gennaio del 2000, quando sarebbe passata al demanio. Nonostante il supporto dei GroenLinks e del PvdA, il 14 Dicembre dello stesso 1999 Dipartimento di Giustizia, appoggiato dal Consiglio Circoscrizionale Oud-West, procedette con un’ordinanza di sgombero sulla dell’articolo 429 e dichiarando lo squatting di un palazzo vuoto da meno di un anno illegale.

I successivi due anni furono turbolenti: con l’appoggio del Comune, dell’opinione pubblica e di alcuni partiti, il collettivo riuscì, tra contrattazioni e compromessi e dopo pesanti negoziazioni, a mantenere l’occupazione dell’edificio e ad ottenere, che la demolizione dell’edificio, prevista qualora esso fosse passato al demanio, fosse cancellata.

Dopo un periodo di chiusura, durato circa due anni l’OT301 riaprì, con il pieno appoggio della municipalità e del Consiglio, nel Maggio el 2004, vivendo fino al 2009 quello che il collettivo ribattezzò Periodo d’Oro: insieme ai primi premi arrivarono i primi sussidi. Questi ultimi permisero, nel 2006, che la EHBK comprasse l’edificio in Overtoom, creando uno dei centri sub-culturali più importanti di Amsterdam.

Oggi, sedici anni dopo, in una Amsterdam divenuta vero e proprio hub per le multinazionali, quella storia pare un monito: “Pensando a delle belle realtà come Friekens, ADM and Bajesdrop, è difficile capire quale sarà il futuro degli squat. Siamo riconosciuti per essere in una città creativa e aperta ma il modo in cui i giovani creativi e aperti vengono trattati è imbarazzante”, spiega ancora Schmetz. “Siamo diventati seguaci anziché leader dalla mente aperta. È un peccato che i politici e la società non accettino più il fallimento finanziario di certe attività e guardino solo al successo economico. Quest’attitudine rende i cittadini codardi, spaventati”, prosegue.

Una critica forte, da un collettivo in cui oggi sembra mancare spazio per la politica: “Il nostro focus è sempre stato sull’arte perché eravamo tutti artisti quando abbiamo squattato l’edificio. Nel nostro gruppo c’è qualcuno più coinvolto nella politica, ma come collettivo non abbiamo mai intrapreso azioni visibili. Parliamo spesso di politica, ma la maggior parte di noi è concentrato sull’arte”, conclude, precisando che il rischio più grande è quello di vedere Amsterdam trasformarsi in un grande Disneyland, nei prossimi dieci anni.

Ma senza nessun personaggio dentro.

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