di Zoe Ricciardi
Photo: Francesca Astrei
Cosa lega Van Gogh, la Ciociaria e i giovani attori di teatro? Per capirlo può essere utile riflettere su “Mi manca Van Gogh”, un monologo scritto, diretto ed interpretato di recente da Francesca Astrei, una giovane attrice di teatro originaria della provincia di Frosinone. Appassionata dal percorso di vita del pittore olandese, Francesca ha trovato una chiave di lettura moderna allo scambio epistolare tra i fratelli Theo e Vincent. Lo spettacolo, vincitore del Fringe Milano Festival 2023, è un racconto in cui si intrecciano due storie apparentemente distanti, ma in cui Francesca trova punti d’incontro. Avendo a cuore argomenti sociali e di attualità, la Astrei tocca temi come il revenge porn, il suicidio e la sofferenza “di chi resta”. La sua sensibilità è uno specchio di una generazione teatrale che mostra interesse e coinvolgimento sociale.
Che cosa hai trovato in Van Gogh e perchè lo hai scelto come “protagonista” del tuo monologo?
Leggendo le lettere fra Vincent e Theo ero rimasta molto colpita, non soltanto dai suoi quadri e disegni stupendi, ma anche dal percorso di vita che c’è dietro alle sue opere. E mi sono innamorata della figura del fratello Theo, che è poi quello centrale nella performance: il punto di vista di chi resta. A me interessava il punto di vista di chi resta, ossia di chi è costretto a continuare una propria quotidianità senza persona appena persa. D’altronde si pensa molto spesso (com’è giusto che sia) all’eroe: in questo caso Vincent, e passano in secondo piano le persone che sono vicine, fondamentali, che continuano a vivere con quella ferita.
Ti è nato prima l’interesse per questo tipo di temi o prima per Van Gogh?
Ho letto “Van Gogh il suicidato della società” molto prima di iniziare il monologo. Quando ho deciso di lavorare a qualcosa sulla società, ho iniziato a pensare a chi potesse essere oggi “un suicidato della società” e mi è venuto abbastanza spontaneo pensare ai casi di revenge porn. Per me il collegamento è stato abbastanza rapido. Lo spettacolo ha come obiettivo di raccontare queste storie, e l’urgenza principale è quella. Il mezzo che io uso vuole alternare toni più leggeri altri più sofisticati: così come non io che ci sia una vita puramente drammatica ed una puramente comica, vorrei che anche lo spettacolo rispecchiasse questo stato. È un monologo che trovo particolarmente giusto per gli adolescenti. Le repliche che amo di più sono nelle scuole superiori, perché gli adolescenti di oggi sono nati in questo tipo di dinamiche. E si percepisce proprio che è un linguaggio che a loro parla molto di più. Sento che acquisisce un peso diverso quando viene fatto a scuola. Infatti si creano sempre anche chiacchierate molto interessanti dopo lo spettacolo, in cui i ragazzi sono curiosi di capire di più sul tema.

Nel tuo monolgo e nel tuo modo di fare teatro, quali sono gli elementi classici e quali quelli moderni?
La messa in scena che io ho proposto è proprio essenziale: un palco vuoto in cui ci sono soltanto io, è solo testo ed interazione col pubblico. Questa è una cosa che non appartiene né al classico né al moderno perché è proprio essenziale. Nelle nuove proposte di teatro c’è spesso il desiderio di inserire nella messa in scena cose più moderne, come proiezioni video, mezzi comunicativi più attuali, interazioni con dispositivi, è normale che l’arte vada di pari passo con i mezzi del proprio tempo. Il fatto che io sia voluta tornare ad un’essenzialità totale, nuda, può appartenere ad uno stile classico, ma considerato che è sempre più raro nelle proposte teatrali dei giovani di oggi, forse paradossalmente diventa una cosa nuova. Quello che è moderno è il tema, non è un tema molto approfondito, proprio perché c’è ancora tanta confusione intorno. Poter parlare della diffusione dei materiali privati sui social è una cosa che ha a che fare con l’oggi.
Come e quando hai iniziato a fare teatro?
Ho una sorella di 8 anni più piccola e quando i miei genitori lavoravano, io facevo da baby-sitter. Questo ha fatto sì che nell’età in cui tendenzialmente si smette di giocare, intorno ai 11-12 anni, io ho continuato con lei, per riempirle le giornate in questa landa desolata della Ciociaria in cui noi vivevamo. E questa cosa del gioco mi è rimasta tantissimo. E ha ispirato la mia passione per la recitazione. Il teatro andrebbe sempre ricordato come un gioco. Ovviamente le dinamiche lavorative e le dinamiche artistiche fanno si che sia stratificato e ci siano più livelli. Il mondo del lavoro ha una serie di dinamiche che sono lontanissime dal gioco, ma questo vale in tutti gli ambiti lavorativi. Il teatro è tante cose: un lavoro, una forma d’arte, una ricerca, ma la cosa imprescindibili è che sia un gioco. Tutta la produzione artistica per me ha un aspetto ludico molto forte. È impossibile interpretare qualcosa senza giocare a qualcosa. Ci deve essere il gioco come nucleo di base. Tutto il resto senza quel nucleo, crollerebbe.

Come funziona lavorare da attrice?
È un mondo in cui non c’è continuità, tu non hai un contratto con un teatro: è molto difficile gestirsi ed organizzarsi, e fa parte proprio del pacchetto, avere dei periodi in cui stai lavorando su tre progetti, alternati a periodi di vuoto assoluto. Non esiste più il concetto di compagnia teatrale o esistono sempre meno le tourné. Essendo cambiato molto il sistema produttivo ed i fondi investiti nella cultura e nell’ambito teatrale, ora è molto diverso, perciò è una costante ricerca di progetti in cui essere assunti. Ci sono molti più attori ed attrici che ruoli. I “no” che tu riceverai ad un provino sono matematicamente superiori ai “sì”, quindi bisogna un po’ combattere con dei “no” che fanno parte del mestiere. È difficile ricordarsi, difronte ad un “no”, che è un “no” per quel progetto, e non un “no” a me stessa.
La trovi un mondo difficile o ti piace il fatto di non avere un lavoro con stipendio fisso?
È difficilissimo, anche se mi piace la possibilità di frequentare ambienti diversi, teatri diversi, generi diversi, è difficilissimo perché ci sono cose che invece sono fisse: l’affitto, le bollette, i soldi sono una costante. Bisogna sempre crearsi dei lavori vicini al proprio campo e che siano di supporto al lavoro principale che uno fa, ma che possano permetterti di non disperarti. Altrimenti diventa una dipendenza nei confronti del provino da vincere, e questo non fa bene né a chi chiede il lavoro né a chi lo dà. È una cosa molto faticosa, e questo è un paese molto difficile in cui farlo. Perché l’investimento generale nella cultura è scarso.

Cosa pensi della tua generazione d’attori quando si parla di questi temi?
Sono anni in cui il mondo teatrale è cambiato tanto: i teatri sono sempre meno frequentati ed è sempre meno frequente nella lista di attività da fare. Secondo me la mia generazione sta cercando un’autenticità maggiore che possa riportare un pubblico più variegato. Ovviamente, ognuno ascoltando il proprio mezzo, il proprio gusto e le prorpie possibilità. I temi sono vari, non solo in ambito teatrale, ma anche di letteratura, di film, cinema.. io trovo che in questi anni si stia prendendo il coraggio di parlare di tante cose che prima erano più all’oscuro. E secondo me anche il teatro è in ascolto a questo, è attivo da questo punto di vista, non soltanto nella mia generazione ma anche in quella degli adolescenti, che vedo molto vivi ed informatissimi.







