Peter Paul Rubens, Public domain, via Wikimedia Commons

Nico Van Hout, curatore responsabile per la pittura del XVII secolo al Museo Reale delle Belle Arti di Anversa, in un nuovo volume del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard, esplora l’uso della testa nella pittura di Peter Paul Rubens e dei suoi allievi.

Il volume di chiama Study Heads, un’opera rivelatrice del metodo di lavoro del maestro barocco. Oltre a lavorare velocemente Rubens prestava molta attenzione alla preparazione delle tele.

Un tronie o “studio di testa” era un tipo di pittura che veniva utilizzato per dipingere scene molto ricche e complesse. In generale, le teste venivano dipinte senza motivo particolare oppure per studio. In quest’ultimo caso venivano studiate le tonalità della pelle nei volti umani.

Per allenamento e precisione, la stessa testa veniva dipinta da molteplici angolazioni. E molto spesso l’identità delle teste era irrilevante.

Le teste servivano per essere in qualche modo archiviate e utilizzate nei diversi dipinti, dove servivano. Potevano essere usate in contesti diversi, magari associate a corpi e costumi diversi o con un’acconciatura differente. Alcune di queste “study heads”, secondo Van Hout, sono state scelte anche più di dieci volte. In questo modo Rubens e i suoi assistenti potevano lavorare a un ritmo elevatissimo.

Questo metodo ha continuato a essere portato avanti anche dopo la morte di Rubens. Alcune delle teste, inoltre, sono ora esposte singolarmente in vari musei. Una delle teste di donna che ora è a Besançon, per esempio, è compatibile con un’altra che si trova a Brescia. Le due teste, seppur separate, potrebbero essere riunite come pezzi di un puzzle.

Le “study heads” di Rubens hanno svelato negli anni la straordinaria capacità di osservazione dell’artista.