The Netherlands, an outsider's view.

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FOCUS

“Srebrenica è una questione olandese”, bosniaci nati nei Paesi Bassi si raccontano

di Annalisa Canova

 

Il 12 luglio 1995 il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic rassicurò la popolazione di Srebrenica, città musulmana in una regione a maggioranza serba della Bosnia: “a nessun abitante di Srebrenica verrà fatto del male”. Ma 72 ore più tardi, oltre 8000 bosniaci musulmani sarebbero stati uccisi nel peggior massacro in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. 

All’epoca Srebrenica era considerata un “area sicura”, protetta dal battaglione olandese Dutchbat, sotto l’egida delle Nazioni Unite. La presenza dei 400 soldati non impedì tuttavia il massacro: sotto il fuoco dei mortai, i militari olandesi sotto equipaggiati abbandonarono le loro postazioni, dando il via libera all’esercito serbo-bosniaco per la pulizia etnica dell’enclave musulmana.

25 anni dopo, la questione di Srebrenica è ancora marginale nel dibattito pubblico e politico olandese. I programmi scolastici spesso non coprono il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale e i media evitano di trattare la questione nella speranza che questa pagina nera venga cancellata dalla storia dei Paesi Bassi. 

Tuttavia, Srebrenica è parte della storia olandese e non dev’essere dimenticata. È questo l’obiettivo della campagna Srebrenica is Dutch history, ideata da quattro donne bosniache attive nel settore culturale e sociale olandese. Emina Cerimovic, Arna Mackic, Ena Sendijarevic e Daria Bukvic hanno alzato la propria voce contro l’indifferenza dello Stato olandese sulla questione di Srebrenica, la cui commemorazione giaceva sulle spalle di un ristretto gruppo di parenti e vittime.

Srebrenica is Dutch history mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e mobilitare gli attori politici per rendere giustizia alle vittime del genocidio e alle loro famiglie. “Srebrenica è parte della storia dei Paesi Bassi, non solo per la presenza militare olandese e il suo ruolo durante il genocidio, ma anche per gli oltre 60mila bosniaci che vivono nel Paese, tra cui molti giovani”, racconta Emina Cerimovic, funzionaria politica.

L’Aia ospita inoltre i tribunali che hanno ufficialmente definito il massacro di Srebrenica come un genocidio e condannato i principali responsabili dei crimini di guerra commessi nell’ex Jugoslavia. 

La discussione di Srebrenica nei Paesi Bassi è attualmente una questione di prospettive. In particolare, lo Stato olandese ha sempre preferito occuparsi del trauma dei soldati Dutchbat e negare la sua responsabilità nel genocidio, piuttosto che rendere giustizia alle vittime e ai loro familiari. La prospettiva dei superstiti bosniaci, spesso sottovalutata, è invece indispensabile per il riconoscimento della loro sofferenza e la riconciliazione di tutte le parti interessate.

In questo contesto, non è possibile individuare un unico responsabile della carneficina. “Il genocidio di Srebrenica non è stato solo un fallimento del Dutchbat, un fallimento delle superpotenze mondiali, un fallimento delle Nazioni Unite o un fallimento di una promessa europea. È stato un fallimento di tutti questi attori e quindi dell’umanità nel suo insieme”, afferma Emina. 

Sebbene la Corte suprema olandese abbia stabilito che i Paesi Bassi ebbero una responsabilità “molto limitata” nella morte dei bosniaci uccisi a Srebrenica, questo capitolo non può dirsi ancora chiuso. Per Emina “è ridicolo rispondere alla questione della responsabilità in percentuale, soprattutto limitandola al 10%. Un’interpretazione così fatalistica degli eventi degrada il significato della comunità internazionale e delle sue convenzioni. Il valore di una vita umana e la sua protezione non possono essere misurati in percentuale.

Possiamo quindi parlare di giustizia? Certo che no. È per questo che il governo olandese dovrebbe assumersi le proprie responsabilità, riconoscere la colpa dei propri soldati e far sì che la questione non venga dimenticata.

“A volte penso che avrei potuto essere io al posto delle vittime, dato che ho lo stesso background etnico e religioso. Il fatto che sono stata fortunata per non aver vissuto in prima persona questo trauma accresce ancora di più la mia responsabilità nell’aiutare a mantenere vive le loro storie. La società olandese in generale dovrebbe condividere la responsabilità nel ricordare il genocidio di Srebrenica e imparare dagli errori del passato, affinché una simile tragedia non accada più in futuro.”

Le quattro donne hanno lanciato una petizione per sensibilizzare la popolazione e gli studenti, creare un monumento permanente a l’Aia in ricordo delle vittime e raccogliere dei fondi nazionali per la commemorazione annuale.