Emilie Roemer si è dimesso ieri mattina da leader del Socialistische Partij (Partito Socialista). Cambia così uno dei volti che hanno dominato la politica olandese negli ultimi anni. Ex insegnante, Roemer è diventato segretario del SP nel 2010, subentrando a Agnes Kant.

Sotto la sua dirigenza il partito ha mantenuto quasi immutato il suo peso elettorale, intorno alla quindicina di seggi alla Tweede Kamer, senza mai riuscire a replicare l’exploit di Jan Marijnissen del 2006 quando il Socialistische Partij diventò terzo partito con 25 deputati. Era l’anno dopo il vittorioso referendum contro la costituzione europea contro cui il precedente segretario del partito Jan Marijinissen si era mobilitato con forza, incanalando e dando voce ai malumori olandesi verso l’Unione Europea. Alle elezioni di sei anni dopo, nel 2012, il SP sembrava destinato a ripetere quel successo ma la spenta performance del leader Roemer ai dibattiti televisivi ne ridusse irrimediabilmente l’appeal: alla fine il partito mantenne i quindici seggi, uno in più di quelli conquistati alle elezioni del marzo di quest’anno.

Con le dimissioni di Roemer e la scelta come leader della trentaduenne Lilian Marijnissen, figlia di Jan, il Partito Socialista compie un ritorno al futuro. Contro di lei correva la collega, Sadet Karabulut, deputata di origine curda e accusata dai gruppi turchi di sostenere la guerriglia del PKK di Abdullah Ocalan.

Con questa decisione infatti, l’SP ha innestato il cambiamento in una strategia di sostanziale continuità: da un lato, la scelta di una donna come leader significa apertura all’eredità storico politica di un movimento eterodosso come il femminismo; dall’altro la decisione di preferire Marijnissen rispetto a Karabulat ha confermato le difficoltà dell’SP a fare i conti con la questione delle minoranze, ribadendo nell’elettorato bianco il suo bacino di voti di riferimento.