The Netherlands, an outsider's view.

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MERCOLEDÌ

Sex work, in Olanda è legale ma servono più diritti e meno stigma

Di Miriam Viscusi

Foto di Chiara Canale

“Immaginiamo un mondo in cui il nostro lavoro sia riconosciuto, l* sex worker rispettat* e i nostri diritti difesi. Immaginiamo un mondo di parità etnica, di genere, economica e sociale, un mondo in cui la libertà di movimento sia reale e gli individui possano iniziare, continuare o lasciare il proprio lavoro sessuale in modo sicuro, senza violenza né coercizione.”

Si legge così nel sito di Red Insight, il primo portale nato da sex worker per sex worker. Jules James è la redattrice responsabile del sito, con lei abbiamo parlato di intersezionalità e lotta alle discriminazioni.

Ti senti femminista? Se sì, cosa vuol dire essere una lavoratrice del sesso femminista oggi in Olanda?

Sì, mi sento femminista. Non posso parlare per tutt* l* sex worker, ma credo che coloro che conosco e che collaborano al portale lo siano. Chi lotta per i diritti in questo ambito di solito si considera femminista. Questo, oggi in Olanda, significa combattere perché il nostro lavoro sia riconosciuto e per togliere lo stigma legato all’attività.

Pensi che l’ideologia intersezionale si concretizzi nella tua esperienza personale?

Non penso di rappresentare abbastanza l’intersezionalità. Sono una donna cis, bianca e rientro negli standard di bellezza comuni nella società. Inoltre io ho scelto liberamente di fare questo mestiere, nonostante avessi anche altre possibilità. Per altre persone non è così: il lavoro sessuale, anche quando è una scelta volontaria, è l’unico lavoro possibile per sopravvivere e si può intrecciare con altre forme di discriminazione basate ad esempio su un passato migrante, sull’essere omosessuale o trans.

Pensi che nelle battaglie femministe, nei pride, nell’attivismo serva maggiore spazio a* lavorator* del sesso?

Sì. Penso che l* sex worker subiscano discriminazioni anche dentro la stessa comunità femminista. Questo dipende dalla presenza ancora forte delle SWERF: femministe che escludono chi fa lavoro sessuale perché ritengono che non sia una scelta della persona e che tolga legittimità alla battaglia. Invece il lavoro sessuale è strettamente collegato ai diritti delle donne e di altre soggettività. Ha a che fare con l’autodeterminazione, l’emancipazione, la libera scelta di cosa fare del proprio corpo.

In un mondo in cui la maggior parte delle persone è costretta a lavorare per sopravvivere, pensi che l’affermazione de* sex worker possa aiutare a portare avanti le istanze del femminismo?

Sì perché decostruire l’immaginario legato a questo lavoro può dare un contributo alle lotte contro diversi tipi di oppressione, a favore dei diritti delle persone migranti, i diritti sindacali e della comunità LGBTQIA+, ad esempio.

Il vostro portale nasce per raccontare il sex work dal punto di vista di chi lo svolge. Cosa c’è di sbagliato nella narrazione ufficiale di questo mondo?

Viene sempre trattata con toni sensazionalistici; le persone che fanno un lavoro sessuale sono sempre presentate come vittime. Spesso ai media mainstream non interessa dare la nostra versione, anzi, utilizzano le nostre dichiarazioni per avallare la loro visione della nostra storia. Inoltre appiattiscono il racconto, senza parlare di quanta diversità esiste in questo ambito.

Ti senti adeguatamente rappresentata nella società in generale o discriminata? Nella politica, nella sanità, nell’istruzione.

Mi sento discriminata perché non posso svolgere il mio lavoro come vorrei. L* sex worker in Olanda devono scegliere fra indipendenza e legalità: se scegli di essere indipendente, non puoi lavorare legalmente perché ottenere una licenza, soprattutto ad Amsterdam, è molto difficile. L’unico modo per lavorare in regola è affidarsi a un bordello o a un servizio di escort: ma vuol dire non poter scegliere i propri clienti e le proprie tariffe, e non poter lavorare da casa. In questo senso mi sento poco rappresentata dallo Stato. Il lavoro sessuale è legale in Olanda, è vero, ma ci sono ancora troppe restrizioni. Per quanto riguarda la politica, finora solo il partito BIJ1 ha incluso i diritti de* lavorator* del sesso nel proprio programma.

Prima hai accennato alla diversità: quali e quante diversità esistono e convivono nella vostra comunità?

Ci sono persone migranti, persone con origini migranti, trans, uomini. Alcune persone svolgono questo lavoro per scelta, per altre invece è l’unica possibilità per lavorare. Tutte queste voci marginalizzate andrebbero coinvolte nel dibattito pubblico. Red Insight è nato con questo obiettivo: far sentire la voce di tutt*. Un esempio è una delle ultime storie pubblicate sul sito, originariamente scritta in arabo da una persona proveniente dal Libano. In qualche modo è un simbolo della varietà presente nel nostro collettivo e nel mondo del lavoro sessuale in genere.

Esistono discriminazioni all’interno della vostra comunità?

Sì. Per descriverle usiamo il termine whorearchy. Le distinzioni si fanno su più fronti: uno riguarda le caratteristiche della persona che svolge il lavoro. In cima alla scala c’è la donna, bianca, cis, magra, che rispetta gli stereotipi del* sex worker. Io, ad esempio, sarei abbastanza in alto. Al fondo ci sono le persone migranti, trans, di origine straniera. Se ti allontani dallo stereotipo, diventi invisibile. L’altra gerarchia differenzia in base al tipo di servizio offerto: di solito escort e sugar baby sono in alto. Si tratta di gerarchie pericolose, perché contribuiscono a marginalizzare alcuni individui all’interno della comunità stessa.

Qual è la differenza tra l’essere una sex worker donna, queer o uomo? Chi subisce le maggiori discriminazioni e perché?

Non posso dire che per gli uomini sia più facile o più difficile, spesso dipende dal caso. Per loro è più difficile lavorare legalmente, perché i bordelli e le agenzie di escort cercano principalmente donne. Alcuni sono vittima di omofobia dai loro stessi clienti. Inoltre, non vengono rappresentati né nella società né nell’attivismo.

 

Jules James è un nome di fantasia, la redazione è a conoscenza dell’identità dell’intervistata