Traduzione: Elena Basilio

Gli immigrati di seconda generazione si considerano sufficientemente integrati, ma gli olandesi non la pensano così: “l’altro” dovrebbe compiere uno sforzo maggiore per avvicinarsi alla cultura del Paese in cui vive. Jan van Poppel esamina per NRC il risultato di un sondaggio dell’Ufficio per la pianificazione sociale e culturale (SCP) condotto su un campione di oltre mille cittadini olandesi.

Solo un terzo degli intervistati di origine olandese pensa che chi è nato in Olanda da genitori stranieri faccia del proprio meglio per integrarsi. Dal canto loro, gli immigrati di seconda generazione lamentano una scarsa apertura nei loro confronti, unita a discriminazione e disuguaglianze. Inoltre, gli olandesi di origine straniera sentono di non avere bisogno di integrarsi poiché sono nati in Olanda e parlano correntemente la lingua. Gli autoctoni invece la vedono diversamente e li considerano non “veri” olandesi, come se dovessero giustificarsi per la propria fede e per colore della propria pelle.

Sulla definizione di integrazione olandesi e immigrati di seconda generazione sono d’accordo: i tre più importanti pilastri sono la lingua, il lavoro e il rispetto delle leggi. Tuttavia, gli olandesi pensano che l’altro gruppo non abbracci a sufficienza questi tre concetti. Infatti, otto olandesi su dieci credono che gli immigrati di seconda generazione debbano adottare i valori del Paese in cui sono nati e per il 56 percento degli olandesi gli immigrati dovrebbero mettere da parte le proprie tradizioni più di quanto stiano già facendo.

Secondo Emily Miltenburg, ricercatrice nell’ambito dell’integrazione per il SCP, il problema è che si tende a credere che siano i membri del gruppo opposto a dover fare qualche sforzo in più per migliorare l’integrazione. La soluzione è una sola: favorire i contatti reciproci.