di Cristina Dammacco

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L’Olanda voleva sbarazzarsi di Sea Watch? Forse. Da dicembre 2019, la ONG “Sea Watch” ha ufficialmente cambiato bandiera, diventando di fatto un’organizzazione tedesca senza scopo di lucro. La decisione è stata causata principalmente dalla crescente opposizione dell’Olanda a Sea Watch, ma in generale ai salvataggi in mare. Ciò non sorprende:  gli sforzi del governo per garantire il rilascio della famosa nave “Sea watch 3” bloccata per mesi dalle autorità italiane, sono stati minimi. Abbiamo parlato con Anne, olandese, referente nei Paesi Bassi della ONG.

Considerato il rapporto difficile con i governi italiano e olandese, in generale com’è la situazione attuale con l’ONG?

C’è stato un grande cambiamento dallo scorso anno, non stiamo più navigando sotto la bandiera olandese e abbiamo anche avuto vari problemi con il governo: due anni fa, decisero di non volere più una nave olandese che eseguiva missioni di salvataggio. Il cambio di politica era inteso per tutte le navi usate per salvare vite umane, ma alla fine era chiaro che noi eravamo il bersaglio. Questo cambiamento nella legislazione significava che la nostra nave non poteva più navigare perché era troppo vecchia. Per molto tempo hanno affermato che ci sarebbero state eccezioni e un periodo di transizione, ma una volta entrate in vigore le nuove regole hanno cambiato idea. Fondamentalmente hanno trovato un modo per buttarci fuori. Ora che navighiamo sotto la bandiera tedesca, siamo di nuovo in mare, il che è positivo, ma la situazione precaria in materia di migrazione nell’UE rimane.

I Paesi Bassi hanno sempre avuto un atteggiamento positivo nei confronti delle ONG. Cosa ne pensi del comportamento olandese degli ultimi tempi, con le organizzazioni umanitarie? 

Sì, i Paesi Bassi hanno una buona reputazione in questo campo ma penso che le cose stiano cambiando ed è diventato abbastanza complesso negli ultimi anni. Per quanto riguarda i salvataggi in mare, all’inizio, i cambiamenti di policy sono stati presentati come nuovi standard di sicurezza, ma con la nostra richiesta di accesso agli atti, in realtà si è scoperto che stavano già discutendo del nostro destino. I documenti hanno chiarito che il regolamento riguardava il controllo delle migrazioni e il controllo delle ONG. Ora che non sono più coinvolti, a loro non importa più nulla: volevano sbarazzarsi del problema che non volevano affrontare. È triste e frustrante quello che hanno fatto.

Sea Watch è stata recentemente al centro di due processi che hanno avuto una grande eco internazionale: pensi che sia per questo motivo che il governo olandese ha accelerato il cambiamento delle politiche?

Non so se si tratti dei casi legali ma quando i porti furono chiusi per la prima volta, gli olandesi rimasero scioccati. Voglio dire: ovviamente, c’erano questioni diplomatiche tra l’Italia, i Paesi Bassi e l’Europa a quel tempo. Dopo ciò, il governo ha decisamente accelerato il cambio di politica. Erano molto scontenti di tutta l’attenzione dei media mondiali e di tutte le conseguenze che portava con sé.

Hai notato un miglioramento della situazione ora che avete cambiato bandiera?

Questo è molto difficile da dire ora perché la nave è stata sotto sequestro a lungo: al momento siamo impegnati con la nostra seconda missione dalla sua uscita e c’è una nuova bandiera, un nuovo atteggiamento europeo nei confronti della questione. In generale, devo dire che finora la comunicazione con lo Stato di bandiera tedesco è stata molto positiva, più positiva di quella che avevamo nei Paesi Bassi.

Cosa speri per il futuro?

La mia speranza è che non sarà più necessario salvare vite umane, che le persone non rischino più la vita come abbiamo visto fino ad oggi. Ma per un futuro prossimo la mia speranza è che i governi si rendano conto che si tratta di una questione seria e che devono assumersi delle responsabilità. Spero, inoltre, che le persone non vengano più criminalizzate perché stanno salvando vite. È scandaloso si finisca a processo per questo motivo.