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Due settimane fa, l’Istituto di sanità RIVM pensava che a gennaio saremmo tornati alla “semi-normalità” della scorsa estate ma ora, le stime vanno riviste: allo stato attuale di stagnazione, la seconda ondata potrebbe durare fino a marzo, dicono in un’intervista con NOS, Jaap van Dissel, direttore dell’istituto e Jacco Wallinga, esperto di modelli di calcolo.

Secondo loro, se la gente non si assume responsabilità, c’è poco che il governo possa ancora fare: “L’ultima volta abbiamo pensato a metà gennaio, con un margine di incertezza piuttosto ampio”, ma i comportamenti individuali, imprevedibili, sono alla base della difficoltà di fare previsioni accurate, dice il dirigente.

Secondo Van Dissel, rispetto alla prima ondata, meno persone lavorano da casa e le strade sono sempre piene; il risultato è che il numero di contatti tra le persone è elevato e con esso la possibilità che venga contratto il virus: “C’è anche la sensazione che ad ogni notizia positiva sul Covid, la gente riduca il livello di attenzione”, prosegue il direttore di RIVM.

Quanto al calo di contagi di inizio marzo, secondo gli esperti dell’istituto di sanità, sarebbe da attribuire alla pausa autunnale: meno persone andavano a lavoro e le scuole erano chiuse.

Cosa fare ora? E se l’Olanda adottasse un “lockdown italiano”? Secondo Wallinga i risultati sarebbero immediati e la percentuale di contagi crollerebbe ma il costo sociale ed economico sarebbe molto elevato. D’altronde, si chiede NOS, durante la prima ondata le scuole erano chiuse; è questa la differenza sostanziale con questa seconda ondata. E se gli studenti, attraverso i genitori, fossero più responsabili della circolazione del virus di quanto non si pensi?

Wallinga ritiene che il dato sui giovani della fascia 15-20 è uno dei maggiori, attulmente, sul piano dei contagi: con la chiusura dei locali, i numeri sono scesi nella fascia 20-24 ma evitare di chiudere le scuole è considerato un punto centrale. D’altronde, dice Van Dissel, le scuole sono identificate come luogo di contagio solo nell’8,5% dei casi, ossia la metà dei luoghi di lavoro e della diffusione  a casa: “Preferiremmo che le scuole fossero aperte, perché hanno una funzione molto importante. E noi come società dovremmo preferire [tenerle aperte] ad altre misure”.

NOS chiede agli esperti a proposito della proposta del  GroenLinks di testare tutta la popolazione, nell’arco di due settimane. L’Università di Utrecht si è già detta scettica. Potrebbe funzionare?

Per gli esperti di RIVM, senza una strategia, i test servono a poco: in Slovacchia, dove il test di massa ha avuto luogo, le misure sono molto più rigide che in Olanda. Mentre nel Lussemburgo, altro paese dove è stata adottata una politica di test generalizzato, il numero di contagi è tra i più elevati d’Europa.

Secondo Van Dissel, in questo modo non sarebbe possibile trovare asintomatici più facilmente: “Il problema è che le persone asintomatiche hanno generalmente una carica virale molto più bassa. E non li individui con test rapidi”. Al massimo, potrebbe funzionare con persone positive che ancora non hanno mostrato sintomi.

Secondo l’Università di Utrecht, una simile politica sarebbe efficace solo con test effettuati ogni tre giorni. E tutti dovrebbero partecipare e seguire le misure. “E sappiamo dalla ricerca comportamentale che le persone non si adeguano molto, in questo senso”