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Ritratti di Wij Zijn Hier: Yoonis Osman

"Democrazia? L'accetto. Ti dico potrei anche sedermi al tavolo con Wilders e fare due chiacchiere..."

di Paolo Rosi

“In Olanda ci sono arrivato 12 anni fa”, racconta Yoonis Osman, “Sono partito dalla Somalia per Istanbul e da lì ho provato a entrare in Grecia camminando, ma al confine con la Turchia  sentii delle esplosioni e capii che dovevo prendere un’altra via.”

Osman ora vive ad Amsterdam ed è uno dei rifugiati del collettivo Wij Zijn Hier: “Ho preso un gommone in Turchia, uno di quelli che oggi vedi sulle prime pagine dei giornali ma che nel 2003 non erano così famosi. Ero con altre otto persone e puntavamo verso Lesbo quando, vicino alla costa, la barca ha preso un tronco ed è affondata.”

© Virginia Zoli

© Virginia Zoli

In pochi sanno nuotare e l’acqua invernale è gelida, ma Osman e i compagni di viaggio arrivano a riva, dove ad aspettarli c’è la polizia. “Ci hanno sbattuto in una prigione a blocchi e per tre mesi sono stato in uno stanzone con centinaia di materassi e un solo bagno. Poi mi hanno rilasciato con un foglio che mi ordinava di lasciare la Grecia. Ma per andare dove?”

Da Lesbo, Osman si sposta ad Atene, dove trova il supporto di alcune famiglie somale che lo ospitano e lo aiutano a trovare lavoro nero. “Da Atene salii su un aereo per Amsterdam e in Olanda feci richiesta d’asilo: finii in un AZC [in olandese asielzoekerscentrum, centro per richiedenti asilo, n.d.r.]. Dopo mesi però scoprirono che le impronte erano state prese in Grecia e volevano rispedirmi indietro: fuggii e un amico mi diede un passaggio verso la Svezia”.

In Svezia Osman viene accolto. Gli viene data una casa, comincia un corso di “lingua e integrazione” e un lavoro in un paese di periferia, vicino Gothenburg. Nel frattempo la Grecia viene riconosciuta dalla Corte Europea per i Diritti Umani “paese non sicuro per i rifugiati”; sulla base dei Regolamenti di Dublino, allora, l’Olanda diventa il “paese di primo arrivo” dove  Osman viene rispedito nel 2008 dalle autoritá svedesi. E dove ancora oggi aspetta l’esito della richiesta d’asilo. “Sono alla quinta domanda ormai. Perché il sistema in teoria è perfetto, ma in pratica è un disastro. Ti faccio un esempio, l’IND [Ufficio Immigrazione, n.d.r] usa una lista di domande per capire da dove vieni, ma gli ufficiali parlano olandese molto velocemente. Tu non capisci, e anche se hai un traduttore a disposizione questo magari sbaglia o non riesce a spiegarsi perché anche lui non conosce benissimo l’Olandese.”

All’Ufficio Immigrazione, poi, fanno ai rifugiati gli stessi quiz, basandosi su formulari precompilati. “Sono domane scritte da occidentali con una logica tutta occidentale. Se tu chiedi a qualcuno a quanti chilometri sta la moschea più vicina, presumi che quella persona misuri in metri invece che passi. Quando parli di tempistiche, dai per scontato che le persone abbiano televisioni e orologi o comunque che leggano il tempo attraverso gli oggetti, invece che attraverso il sole. Quando l’approccio è questo, basta poco per non essere creduti.”

 

© Virginia Zoli

© Virginia Zoli

Insomma è sufficiente un malinteso, una traduzione inaccurata, e può succedere che l’IND rifiuti la richiesta e spedisca un rifugiato nelle mani dell’autorità che si occupa delle deportazioni (DVT). “Il problema di fondo è che l’IND e il DVT non cooperano, non si parlano. È quello che è successo a tutti noi: quelli dell’immigrazione ci hanno respinti, ma il DTV ha fatto le sue indagini e scoperto che non ci può deportare. Così eccoci qui: bloccati nel limbo e buttanti in mezzo a una strada”.

Per quelli che l’asilo lo ottengono, invece, le cose funzionano mediamente meglio. Ma per tutti gli altri? “Alcuni hanno un permesso di soggiorno in due mesi, altri in 20 anni”, spiega infatti Osman, “e quando sei nella nostra condizione, non puoi fare nulla. Ci sono tanti che ora sarebbero già integrati, magari parlerebbero la lingua, studierebbero o lavorerebbero da tempo, ma il Linkage Act di fatto lo vieta perché lega welfare e servizi sociali al permesso di soggiorno. Ho parlato di persona con l’ex sindaco di Amsterdam Job Cohen, quello che la legge l’ha proposta, e mi ha confidato che l’idea era quella di ridurre al minimo l’assistenza per limitare gli arrivi. Ma lui stesso mi ha confessato che si sbagliava.”

In pratica il Linkage Act, unito a legislazioni sovranazionali quali i Regolamenti di Dublino, ha creato non poche contraddizioni. Osman conosce moltissimi migranti che hanno passato anni nei centri detenzione prima di ottenere lo status, o tanti che ancora vivono in un limbo come i rifugiati di Wij Zijn Hier. “È costruito a tavolino. Lo fanno di proposito, per gestire l’opinione pubblica. Questo e tutti quei discorsi sulla chiusura dei confini e sulla fine di Schengen. Le persone intanto muoiono al confine con l’Ungheria o in mezzo al mare. E la Fortezza Europa che fa? Nulla. L’Europa dovrebbe vergognarsi e ricordarsi che anche gli europei sono stati rifugiati.”

C’è chi direbbe, senza troppi giri di parole, che Grecia, Olanda, Europa non abbiano trattato Osman in modo eccessivamente democratico. “Sono felice di essere qui. E per quanto riguarda la democrazia…a questo punto non m’importa: dopo tanti anni passati in paesi diversi la capisco, l’accetto e da individuo vivo secondo i suoi principi. Mi mescolo. Ti dico, potrei anche sedermi al tavolo con Wilders per fare due chiacchiere…”


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