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Rinnovabili, Shell cambia rotta: si torna ad investimenti nel fossile

Shell ha annunciato che continuerà a puntare sulle fonti di energia fossile anziché ridurne la produzione, contrariamente a quanto precedentemente dichiarato, scrive RTL. In particolare, l’azienda prevede di aumentare la produzione di gas naturale liquefatto (GNL) mentre mantiene stabile la produzione di petrolio. La motivazione di questa scelta è finanziaria: nonostante i profitti record, il valore delle azioni di Shell in borsa non è paragonabile a quello dei suoi concorrenti americani come ExxonMobil e Chevron, che si impegnano meno nella sostenibilità.

Mark van Baal, fondatore di Follow This e azionista di diverse compagnie petrolifere, afferma che questo nuovo orientamento porterà ad un aumento delle emissioni di CO2, mettendo Shell in rotta di collisione con l’accordo di Parigi e con la sentenza dei tribunali olandesi che impone una riduzione del 45% delle emissioni di CO2 entro il 2030. Van Baal cerca di convincere gli investitori istituzionali a considerare i rischi a breve e lungo termine in modo separato, sostenendo che se gli obiettivi di Parigi non verranno raggiunti, ciò comporterà costi miliardari.

Il CEO di Shell, Wael Sawan, si trova in una posizione difficile in cui deve bilanciare la pressione per la sostenibilità con le aspettative degli azionisti che vogliono profitti maggiori e allineati con le concorrenti, scrive RTL. Durante la pandemia, l’azienda ha registrato perdite record. Nella giornata degli investitori a New York, Sawan cercherà di convincere gli investitori americani che investire in Shell è ancora una buona idea, e i nuovi piani dovrebbero aiutarlo in questo intento.

L’organizzazione ambientalista Milieudefensie trova questa scelta inspiegabile e critica Shell per non ridurre la produzione di petrolio e aumentare la produzione di gas, invece di fermare il cambiamento climatico pericoloso. Nonostante il cambiamento parziale di rotta, Shell afferma di voler comunque raggiungere i propri obiettivi climatici autoimposti, che sono però oggetto di controversia da parte delle organizzazioni ambientaliste che li considerano insufficienti per adempiere all’accordo di Parigi.

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