RIFUGIATI Viaggio nel Vluchtgarage, la Amsterdam che nessuno vuole vedere

 

Il capogruppo del Groenlinks al comune di Amsterdam Rutger Wassink aveva definito il Vluchtgarage il posto peggiore della città: un monumento al naufragio delle politiche olandesi di accoglienza, un posto che fa disonore ad una città considerata in mezzo mondo un esempio di tolleranza e senso civico. Ma cos’è il Vluchtgarage? Si tratta di un garage di proprietà del comune, abbandonato da tempo ed occupato nel 2013 da un gruppo di 130 richiedenti asilo, tutti uomini, originari di Iraq, Libia, Sudan, Somalia e di altri Paesi dilaniati dai conflitti.

Per la legge olandese i migranti del vluchtgarage sono uitgeprocedeerd ovvero la loro domanda è stata respinta e non hanno più diritto alla tutela nazionale; come se non bastasse, secondo la normativa europea in materia di asilo, il cosidetto Regolamento di Dublino, con il no delle autorità olandesi hanno esaurito la sola chance che avevano di veder riconosciuto loro lo status di rifugiati. Ora vivono nel limbo degli uitgeprocedeerd, senza documenti, senza un soldo e senza futuro: da un anno e mezzo sono intrappolati in quel garage dimenticato e cercano di sopravvivere alla disperazione.

Non è facile” racconta Sinan, sudanese ventitreenne “le giornate sono lunghe e per quanto siamo ben organizzati, molto spesso lo sconforto prende il sopravvento” Sinan ed altri sudanesi vivono all’ingresso del garage; la camerata, a dispetto del degrado della struttura, è ordinata e i migranti tengono a mostrare il luogo agli ospiti. Ovunque cartelli con regole e regolamenti “Siamo organizzati per camera e le decisioni sono prese sempre in maniera collegiale” dice Sinan. Altre aree dell’edificio sono abitate da gruppi diversi, tutti organizzati sulla base della provenienza geografica “ci sono i libici, poi gli eritrei, quindi la stanza dell’Unione Africana, come la chiamiamo noi, abitata da fratelli che arrivano dall’Africa occidentale”. Solidarietà reciproca e non solo a causa del destino comune che li costringe a stare insieme “grazie all’Academy, ci teniamo occupati, impariamo l’olandese e svolgiamo diverse attività oltre a lavorare a tempo pieno ai nostri casi individuali”. L’Academy è un’invenzione di “Here to support” una stichting che offre una coperta legale alle attività del gruppo del Vluchtgarage e di altri gruppi di uitgeprocedeerd sparsi per la città e raccolti nell’associazione “Wij Zijn Hier”, Noi siamo qui”; i corsi sono tenuti da docenti dell’Università di Amsterdam, sensibili alla questione dei richiedenti asilo.

Ma queste attività umanitarie, le donazioni in denaro ed i generi alimentari che arrivano generosamente da privati ma anche da supermercati e negozi cominciano a non bastare più: “Siamo scappati dalla guerra o dalla fame” prosegue Sinan “e vorremmo solo poterci ricostruire una vita”. Sinan è giunto in Europa passando da Lampedusa “due settimane in mare, ho creduto di non farcela” poi dalla Sicilia in auto fino a Rotterdam. Aveva pagato una fortuna ai trafficanti e oggi si trova solo con un foglio di via in tasca: “l’Ind (ufficio immigrazione) non ha creduto alla mia storia; non credono venga da dove, in effetti, vengo” prosegue sconsolato. Gli avvocati che seguono le vicende individuali, sono riusciti, per molti di loro a far riaprire i casi, incluso il suo, “vogliono documenti ma in Africa gli archivi non sono conservati come in Europa”, spiega con competenza. Un tribunale di Amsterdam ha dato di recente ragione agli occupanti del Vluchtgarage, bloccando la procedura di sgombero che il comune richiedeva con forza da tempo, mentre un parere (non vincolante) del Consiglio d’Europa, ha sancito l’obbligo dello Stato olandese di garantire anche agli uitgeprocedeerd un pasto, un letto ed una doccia. Forse, per i migranti del Vluchtgarage, la ruota sta iniziando a girare.

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