“Mini-Schengen”, Rutte e Dijsselbloem parlano di confini

Di una “mini-Schengen” mitteleuropea se ne era già parlato, in Olanda e la discussione riguardava un eventuale abbandono del sistema di libera circolazione dell’Unione. Ma la “benedizione” del progetto è arrivata solamente lo scorso fine settimana dal Ministro delle finanze e capo dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem.

Nel corso di un’intervista al Financieele Dagblad, Dijsselbloem ha infatti affermato che per fermare il flusso di rifugiati non è da scartare l’idea di una Schengen in miniatura che comprenda Austria, Germania, Benelux e Svezia.

Una extrema ratio, quella prospettata dal Ministro, che è suonata quasi come una minaccia nei confronti di quegli stati (con velato riferimento a Est Europa, Italia e Grecia) considerati incapaci di controllare adeguatamente i confini esterni dell’Unione. “Dobbiamo investire assieme nei campi per rifugiati e nella sicurezza dei confini. Mi spiace dirlo, ma se questo non sarà, i Paesi dovranno prendere le misure opportune per proteggere le proprie comunità”.

Parole dure quelle usate da Dijsselbloem. Un tono che se non venisse da uno dei plenipotenziari laburisti più in vista d’Olanda, potrebbe tranquillamente ricordare il ben più radicale Wilders. Del resto anche il premier Rutte non è stato da meno e durante un’intervista al Financial Times il primo ministro ha infatti recuperato l’oramai usatissima “analogia imperiale”: l’Europa oggi rischia di fare la fine dell’Impero Romano; caduto, secondo il giovane premier, per non aver protetto adeguatamente i propri confini.

Insomma il dubbio è che l’Olanda stia affilando le armi in vista del turno di presidenza europeo, che comincerà a gennaio del prossimo anno. Questo indipendentemente dalla reale fattibilità di un progetto come quello di una “mini-Schengen” mitteleuropea, visti i numerosi Trattati e Convenzioni UE.

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