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In questo momento di crisi la comunicazione è fondamentale. È necessario che ciascun cittadino sia in grado di capire cosa sta accadendo e quali siano le regole che il governo chiede di seguire. Questo potrebbe essere un problema per i più di centomila rifugiati con status che non parlano olandese e che difficilmente sono in grado di comprendere le misure prese per evitare la diffusione del coronavirus. Queste persone possono mettere a rischio loro stesse e gli altri. Per questo motivo, come racconta One World, è nato un numero verde, un helpdesk, per le informazioni sul covid-19 dedicato ai rifugiati.

L’helpdesk , al quale rispondono volontari in grado di parlare arabo e tigrino (la lingua maggiormente diffusa in Eritrea), ha ricevuto nei primi due giorni più di cento telefonate. Le conversazioni forniscono una quadro della situazione in cui si trova un gruppo ampio e diversificato di residenti che in questa crisi si sentono persi e dimenticati.

Uno dei primi ad aver chiamato è stato un siriano che mostrava tutti i sintomi del coronavirus ma che, non parlando olandese, non era in grado di chiamare il suo medico. Una giovane donna eritrea incinta che non è autorizzata a partorire in ospedale a cause della pandemia, è spaventata e non sa cosa fare.

Questa è solo una piccola selezione delle storie che il 44enne Samuel Tekeste, co-iniziatore dell’helpdesk, può raccontare. Tekeste si rende conto che una scarsa comunicazione può mettere in pericolo le persone. Come per esempio è accaduto quando un gruppo di cristiani ortodossi eritrei si sono radunati in un parco a Nijmegen per pregare contro il virus. “Non rispettato il metro e mezzo di distanza. Non sono ben informati sulle precauzioni e quindi non comprendono la gravità della situazione” dice il volontario.

Attualmente la maggior parte dei rifugiati ottiene le informazioni tramite WhatsApp da familiari e amici. Ma su WhatsApp circolano anche molte fake news: “Coloro che non parlano l’olandese troveranno più difficile verificare i fatti. Su WhatsApp leggono che devi bere limone contro il coronavirus, o aumentare la temperatura nel tuo salotto per sconfiggerlo. Quella notizia si è propagata molto velocemente, ma era un modo per generare visualizzazioni su un video su YouTube. L’helpdesk vuole contrastare questo tipo di notizie false fornendo informazioni pratiche, affidabili e facili da condividere tramite WhatsApp.” I volontari seguono, infatti, le linee guida dell’RIVM.

Tekeste è arrivato in Olanda dall’Eritrea quando era un ragazzo. Ora ha una sua organizzazione, Nieuwlander, che guida i nuovi arrivati e forma le persone che aiutano i rifugiati a rendersi autosufficienti. Il problema si è posto quando, secondo le direttive del governo, a queste persone non è stato più possibile incontrare il folto gruppo dei rifugiati.

“Molti nuovi arrivati dipendono da un amico o da un volontario di lingua olandese, qualcuno che li guida attraverso la rete di organizzazioni e agenzie olandesi. Capisco l’idea alla base della misura, ovviamente, ma le conseguenze per questo gruppo vulnerabile non sono state prese in considerazione. La maggior parte è digitalmente analfabeta e nessuno parla olandese. Ci sono alcune iniziative per raggiungerli, inclusi opuscoli informativi Pharos disponibili in diverso lingue, ma la stragrande maggioranza è a malapena consapevole delle misure per il coronavirus.”

La lingue è la più grande barriera, ulteriormente aggravata dalla disparità di reddito. “Nei Paesi Bassi una volta si decise che i medici di base non avrebbero potuto avere rimborsata la spesa per gli interpreti. Significa che molti rifugiati non possono comunicare con il medico di base.”

Tekeste sottolinea inoltre che il gruppo a cui si rivolge l’helpdesk vive solo con un sussidio di circa 40-50 euro a settimana. Questo è ancora più basso se si parla di migranti privi di documenti e i senzatetto. Tra queste persone mancano ora importanti informazioni che riguardano il coronavirus. Ecco perché è stato deciso che le chiamate all’helpdesk siano completamente gratuite.

Chi paga per queste chiamate sono i volontari stessi. L’helpdesk è stato allestito con il denaro  dei volontari. Per esempio era necessaria una linea telefonica sulla quale tutti potessero accedere da casa, nonché video didattici e materiale informativo. L’investimento nel progetto finora ammonta a cinquemila euro. Le risorse economiche dei volontari sono limitate, ma non manca la capacità di improvvisazione. “Noi siamo abituati a creare qualcosa dal nulla!” dice Tekeste, riferendosi al contesto migratorio condiviso.

Proprio perché anche loro hanno vissuto la migrazione e quindi si trovano ad avere un background comune con gli attuali rifugiati, i volontari sono in grado di fornire consigli e informazioni adeguate, diventando spesso un ponte tra loro e il medico di famiglia.

Oltre alle informazioni essenziali sulla salute e sul reddito, l’helpdesk riceve molte domande sull’istruzione a casa. Con uno smartphone economico e un sistema operativo obsoleto, non è possibile accedere alla  maggior parte degli ambienti di apprendimento digitale. Di conseguenza, un folto gruppo di bambini attualmente non fa altro che fissare la televisione per giorni e giorni. I genitori vogliono aiutare con i compiti, ma non sanno come. I volontari dell’helpdesk sono quindi impegnati a creare giochi educativi da distribuire tramite YouTube per la seconda settimana di aprile.

La chiusura delle scuole e degli asili ha creato un problema completamente nuovo.

“Vediamo che i genitori eritrei giocano poco o niente con i propri figli. Loro stessi non l’hanno mai imparato. La condivisione di idee tramite social media e WhatsApp può essere d’aiuto. Il personale pedagogico, ad esempio, sta ora realizzando brevi video didattici per i genitori. Un’altra idea è quella di consegnare a casa i giocattoli. La nostra ludoteca ci sta già lavorando”.

Non è stato facile creare un helpdesk in questi tempi eccezionali. A causa dei consigli e delle misure del governo, Tekeste e i suoi co-iniziatori hanno dovuto lavorare ciascuno da casa propria, aggiungendo questo al proprio lavoro e circondati sempre dalla famiglia.

“Le organizzazioni sociali e i comuni devono svegliarsi e agire”, afferma Tekeste. “Sono autorizzati a rafforzare il nostro helpdesk, persino a subentrare. C’è bisogno di aiuto. Lo facciamo di nostra iniziativa, ognuno da casa. Ma questo gruppo di rifugiati non dovrebbe essere dimenticato. Abbiamo una società diversificata e non possiamo ignorare determinati gruppi e sperare che un problema scompaia o si risolva da solo. Questo è pericoloso per tutti i Paesi Bassi.