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Revenir, dall’Africa occidentale all’Europa con una telecamera in mano

In occasione della proiezione ad AstaroTheatro abbiamo intervistato David Fedele, co-autore del docu-film



di Giuseppe Menditto

La strada che collega due punti assomiglia alla linea retta che disegnano le rotte degli aerei o i confini di molte ex-colonie africane. Per chi è costretto a fuggire dal proprio Paese – o semplicemente “perché gli va” come si è ha l’impudenza di sostenere – la strada che unisce un prima e un dopo assomiglia a una spirale che si aggroviglia su se stessa. Da Abidjan, capitale economica ivoriana, a Strasburgo sono poco più di 6000 chilometri, in un ipotetico tragitto a piedi che attraversa Burkina Faso, Mali e Algeria. 

Per anni, le storie dei migranti dall’Africa occidentale sono state raccontate attraverso i racconti di giornalisti e artisti non coinvolti in prima persona. Nel caso di Revenir (To return) – un film di Kumut Imesh e David Fedele – la prospettiva è rovesciata: Kumut è un rifugiato ivoriano in Francia, uno di quelli che ce l’ha fatta. Ha vissuto anni tra Ghana, Togo, Benin, Niger, Algeria e Marocco prima di arrivare in Francia. A causa del suo coinvolgimento politico quando era ancora uno studente in informatica, è stato costretto a lasciare nel 2004 una Costa d’Avorio sconvolta da una guerra civile. In Marocco, dove si è fermato per otto anni, Kumut ha conosciuto David, un videomaker indipendente impegnato a filmare le storie dei migranti sulle montagne settentrionali. Da quell’incontro in cui il giovane ivoriano ha lavorato come traduttore dal bambara e dal francese, nasce l’idea di quello che da lì a breve sarebbe stato un esperimento controverso e pericoloso: ripercorrere l’intero tragitto con una telecamera in mano.

In occasione della proiezione di stasera nel piccolo AstaroTheatro – un rifugio nel cuore di “Disneydam” – abbiamo rivolto alcune domande a David, co-regista del film.

Qual è il valore della testimonianza oggi? Perché crediamo soltanto a ciò che – forse – vediamo in un film e non al racconto in prima persona? Insomma da dove nasce l’esigenza di Kumut a ritornare?

Come regista credo che l’immagine, specialmente quella in movimento, abbia un grande potere. Nel film cerchiamo di filmare la realtà nel modo più veritiero ed eticamente responsabile, nella speranza di poter raggiungere emotivamente il pubblico. Per questo motivo, non utilizziamo tabelle o statistiche come invece si fa di solito quando si parla di migrazioni e rifugiati. Quando Kumut ha intrapreso per la prima volta il suo viaggio attraverso l’Africa occidentale, non immaginava certo ciò che avrebbe poi visto e vissuto. Attraversare il Sahara a piedi era semplicemente qualcosa che andava oltre la sua immaginazione. All’inizio voleva soltanto documentare la realtà che stava vivendo, per condividerla con la famiglia, gli amici e la sua comunità di appartenenza. In seguito si è reso poi conto che quelle stesse immagini avrebbe voluto mostrarle al mondo intero, per testimoniare la realtà di strada che migranti, richiedenti asilo e rifugiati affrontano quando lasciano la propria terra. Fare questo film è stato un modo per documentare questa realtà, per condividere col pubblico le molte verità su questa esperienza.

All’inizio del film, Kumut ricorda come con il passaporto da rifugiato può non più viaggiare né come francese né come ivoriano. Il paradosso è evidente: chi è riuscito a fuggire e sopravvivere al viaggio, non è più libero di muoversi e spostarsi. Insieme a quella “legale”, migranti e richiedenti asilo perdono anche la propria identità?

Questo è ciò che ha scioccato maggiormente Kumut mentre era in viaggio, e al suo ritorno in Europa. Come ivoriano, è in grado di viaggiare liberamente attraverso l’Africa occidentale grazie all’ECOWAS, un accordo collettivo tra 15 paesi. Ma ora non è più considerato ivoriano e il suo passaporto europeo da rifugiato non gli garantisce gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino europeo. Da un punto di vista legale, i suoi documenti lo sospendono in un limbo: non è più considerato africano, ma non è ancora europeo. Ciò riguarda sia la sua capacità di viaggiare che il suo senso di identità. È qualcosa che lo turba molto.

“Quando ero in viaggio, non volevo parlare delle mie esperienze e della mia situazione con nessuno”. Quale ruolo giocano vergogna, pietà e paura durante il ritorno di Kumut?

La ragione principale per cui Kumut non vuole discutere della sua situazione o delle esperienze con altre persone sulla strada è stata quella di non voler attirare attenzione o creare pericolo a se stesso per motivi etnici e reliogiosi o per le sue idee politiche. Durante il viaggio, vuole lasciarsi i problemi alle spalle per concentrarsi sul suo futuro. Come dice nel film, Kumut prova vergogna e compassione soltanto quando incontra rifugiati ivoriani; provando pena e dispiacendosi per loro, non vuole però che si faccia lo stesso con lui. Essere rifugiato non è affatto qualcosa di buono o desiderabile. Quando ti viene attribuita questa nuova identità, il tuo passato e i tuoi problemi continuano a seguirti e a perseguitarti. Per quanto riguarda la paura, la sua preoccupazione principale nel ritornare a filmare i suoi stessi passi è stata quella di essere catturato e torturato dai trafficanti nella speranza poi di essere rilasciato soltanto dietro il pagamento di un riscatto.

Il viaggio dei migranti è spesso visto come un’esperienza solitaria, ma nel film Kumut cerca una rete solidale. È veramente così?

Questa solidarietà è molto reale. Non proviene da un desiderio ma da una necessità. C’è sicurezza nell’essere insieme, sei in grado di difenderti meglio dal pericolo quando sei in un gruppo. E questo è anche un buon modo per condividere informazioni sulla strada, esperienze personali e offrire supporto. Questo è particolarmente vero per le donne che intraprendono il viaggio. Unirsi a gruppi di uomini per ricevere protezione e sicurezza dovrebbe poter ridurre il rischio di violenze sessuali che invece capitano spesso.

Raccontare dall’interno quello che viene spesso soltanto immaginato o filtrato attraverso un occhio esterno. Tale è l’obiettivo di un documento nudo e crudo: niente musiche o effetti speciali. Tutto è ridotto all’osso. Kumut riprende se stesso, i suoi ricordi e le speranze ma soprattutto gli incontri che gli capitano durante il tragitto. Per scoprire se e a che prezzo il suo ritorno sia andato a buon fine, non vi resta che partecipare alla proiezione.



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