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CULTURE

Reggae e Olanda, grande attrazione ma niente amore. Perchè?

Nonostante minoranze, ganja libera e controculture la scena non è mai decollata. Abbiamo chiesto a due esperti di spiegarci le ragioni



di Riccardo Aulico

 

 

Radical Hi Fi

I Paesi Bassi ed il Reggae, un legame che affonda le sue radici fin dagli anni ’70. Un rapporto costruito nel perimetro della vivace scena contro culturale degli anni ’70 e ’80 e maturato grazie all’atmosfera tollerante  di quegli anni.

Reggae e coffeeshop

Anche se non paragonabile per importanza, produttività e storia a Regno Unito e Germania, il reggae olandese si poggia su solide fondamenta e vanta una delle scene più consolidate e longeve del Vecchio Continente. E non solo  grazie a marijuana tollerata e coffeeshop: la cultura “verde” ha certamente contribuito negli anni ’80 a sdoganare il genere ma ne ha anche scolpito un’immagine stereotipata e fin troppo commerciale. Jumbo è un “selector”, dj nella tradizione musicale giamaicana, olandese della prima ora  e un tempo co-gestore del (defunto) negozio di dischi Boudisque, storico punto d’incontro ad Amsterdam per gli appassionati di ritmi in levare.

Jumbo, “selector” di Riddim Shower

“Come avvenuto in altri contesti europei, il Reggae si è affacciato per la prima volta nei Paesi Bassi nella seconda metà degli anni ’70 quando la scena roots è diventa di respiro globale” spiega Jumbo a 31mag “Nei Paesi Bassi, ed in particolare ad Amsterdam, il clima musicale e quello culturale offrivano il terreno perfetto affinchè il genere attecchisse: i flussi migratori dalle ex colonie caraibiche e dal Sudamerica avevano permesso la crescita di una comunità familiare al reggae.” prosegue.  Il ’68 aveva lasciato in eredità una scena controculturale affine ai valori di cui il roots si faceva portatore.” E ciliegina sulla torta, nel ’76 arrivarono anche la depenalizzazione delle droghe leggere e i coffeeshop.

“Avevamo tutto. Tutti i grandi artisti passavano da qui, c’erano concerti ogni settimana. Ricordo quando Burning Spear venne ad Utrecht: quello fu il primo concerto reggae live trasmesso dalla radio nazionale. La città, in quell’occasione, era affollatissima.”

“Avevo 14 anni e non avevo mai visto così tanti rasta tutti nello stesso posto” prosegue Jumbo “c’era così tanta gente che in molti forzarono le entrate”. Negli anni ’80 i Paesi Bassi si erano posizionati di diritto sulla mappa della scena reggae mondiale. In Olanda venivano tutti: ad accogliere le gig di Buju Banton, degli Aswad o di Eek-A-Mouse c’erano folle da concerti pop e Bob Marley  venne a suonare in Olanda per ben 3 volte: ad Amsterdam nel ’76, e a Rotterdam nel 78′ e nell’80. I grandi nomi del reggae giamaicano non rinunciavano alla tappa olandese e tanti distributori importanti, come la Black Star Line di Lee Perry,  aprirono la loro sede ad Amsterdam.

Passione reciproca ma niente amore

Nonostante la passione di questa relazione, tra l’Olanda e il Reggae è rimasta sempre una certa distanza, quasi una sorta di incompatibilità latente. “La scena olandese è ampia, solida ma molto frammentata”, spiega Radical Hifi, al secolo Lorenzo Milelli, dj romano cresciuto ad Amsterdam.  I coffeeshop e la massificazione della subcultura legata al consumo di droghe leggere hanno ostacolato invece di favorire una scena musicale compatta”, spiega Lorenzo che conduce su  Red Light Radio, il programma Version Galore.

Radical Hi Fi offre una convincente spiegazione socio-culturale: “Nonostante il Reggae abbia agito da aggregatore, la società olandese, secolarizzata sul valore dell’individualismo ha conservato anche sul piano musicale la sua peculiare struttura: è un arcipelago diviso in tante piccole isole, che raccolgono un pubblico trasversale. Frammentarietà  aumentata con la ramificazione del reggae in sottogeneri come il rub-a-dub o la dancehall, ognuno di questi distante tanto per ritmo quanto per il messaggio che veicola”, spiega con competenza Radical HiFi.

“Perché preparare la cena quando puoi mangiare i tuoi piatti preferiti al ristorante sotto casa?” scherza Jumbo. “Anche sul piano musicale e in particolare del reggae, da sempre abbiamo preferito importare piuttosto che produrre”. A parte le minoranze autoctone, fruitrici della prima ora del sound giamaicano, Germania ed Regno Unito hanno sempre offerto una platea e un mercato incomparabili per volume con quelli della piccola e frammentata Olanda. 

Logo del negozio “boudisque”

“Se in Italia vuoi ascoltare del reggae” spiega Lorenzo “sai che molto probabilmente andrai in un centro sociale o in locali specializzati, frequentati da un pubblico definito per interessi e gusti non solo musicali. Qui in Olanda la situazione è diversa: il reggae si suona anche in ambienti più commerciali ed attraversa generazioni, etnie e stili diversi”. 

Questa frammentazione ha dato vita ad un’ampia scena locale, soprattutto per la dancehall, con Mc che spesso cantano in olandese e puntano -soprattutto- ad un pubblico di giovanissimi di seconda e terza generazione di origine surinamese, antillana o nord africana. I loro miti non sono Burning Spear o Bob Marley ma le ricche star americane dell’hip-hop o l’ergastolano Vybz Kartel.

Pochi, inoltre, gli artisti olandesi riusciti a farsi largo nell’affollato mercato musicale internazionale: tra questi i più noti sono Zigi Recado e Maikal X. Ancora oggi è l’industria giamaicana a dettare i ritmi, anche qui nel nord Europa: “Esiste una scena underground molto attiva qui in Olanda, ma il reggae si fa in Jamaica e la musica che si ascolta arriva da lì”, prosegue Lorenzo.

Il futuro del reggae olandese? Il ritorno al sound system

E ora? “Negli ultimi 15 anni si è assistito all’esplosione di una scena new roots ‘all’inglese’: sono nati tanti nuovi sound system sulla scia dell’Uk Roots e dell’Uk Steppers. La scena si è estesa ed ha allargato i suoi confini oltre la capitale in città come Utrecht, Eindhoven o Rotterdam.

Per anni, infatti, uno dei sound system più noti della capitale è stato King Shiloh messo su negli anni ’90 da una crew composta in larga parte da britannici. I loro eventi hanno ereditato tutti gli elementi dei rave e dei party indipendenti dell’ultima decade del ‘900 e sono diventate “session di culto” affollate anche da pubblico estraneo al reggae o al dub.

E Lorenzo conclude: “In radio si ascolta tanto reggae, nelle web radio come la nostra ma anche nelle principali stazioni FM e per quanto riguarda i festival e gli eventi dal vivo, un appassionato qui ha solo l’imbarazzo della scelta”.

 

 

 



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