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Rebus ambientale, Urgenda e Greenpeace cercano soluzioni

Abbiamo parlato con le due organizzazioni ambientaliste per capire cosa si sta muovendo dopo il catastrofico rapporto ONU sul clima

di Laura Ballerini e Emma Pelizza

 

L’8 ottobre 2018 sarà ricordata come la giornata in cui il mondo ha scoperto di essere ad un passo dal disastro ambientale. Non che la notizia fosse una novità ma prima del rapporto pubblicato dallIntergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) – la commissione ONU che si occupa di trovare soluzioni per rallentare il cambiamento climatico- pubblicasse il suo report, la discussione era ferma su opinioni. Oggi, la prospettiva più cupa, appare invece quella più probabile.

L’ormai celebre report, commissionato in occasione dei dibattiti sul clima che hanno portato all’accordo di Parigi del 2016, mostra la gravità raggiunta dalla questione del riscaldamento globale.

Il rapporto ONU ha scioccato il mondo (almeno a parole)

“L’IPCC è inquietante”, dice a 31mag Faiza Oulahsen di Greenpeace Nederland. “Se si pensava che per tenere sotto controllo il riscaldamento globale fosse abbastanza diminuire le emissioni di carbonio e mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 gradi, questo report rivela chiaramente quanto ingenue fossero quelle previsioni”. Si spiega meglio la rappresentante di Greenpeace: “Appena due o tre anni fa, molti scienziati erano ancora dell’idea che le emissioni di carbonio avrebbero raggiunto un picco nel 2020, per poi iniziare a diminuire. Il report, invece, ha scioccato la comunità scientifica, evidenziando come dopo anni di ristagno le emissioni non stanno diminuendo ma piuttosto aumentando“.

Al momento, secondo l’attivista, la situazione non promette bene. “L’accordo di Parigi prevede che i paesi aderenti si impegnino a mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli del periodo pre-industriale, ma il report ONU sottolinea chiaramente come sia necessario uno sforzo ben maggiore: 1.5 gradi dovrebbe essere la soglia sotto cui rimanere”. E questa soglia, sappiamo che non potrà essere mantenuta. E addirittura le probabilità di raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi, sono considerate scarse. “È evidente che non stiamo facendo abbastanza”, riassume l’attivista di Greenpeace. “Per anni abbiamo cercato di far passare il messaggio che bisognava agire, e agire subito. Invece, infinite discussioni hanno solo contribuito a rimandare l’inizio dell’azione a data da destinarsi. E questo gap tra teoria e pratica ha innestato un circolo vizioso“.

 

Smettete di inquinare o vi portiamo in tribunale

Nonostante la lotta contro il riscaldamento globale sia uno degli argomenti più scottanti del momento, non sembra essere uno dei punti principali nell’agenda politica dei paesi europei. O almeno, a parte le dichiarazioni di principio, non sembra proprio esserlo. Ed è proprio questa inerzia ad aver convinto la fondazione Urgenda, un’associazione ombrello olandese che ha intentato e vinto una causa contro i Paesi Bassi nel 2015, e ha visto la sentenza confermata in appello nel 2018, ad adire per vie legali.

“Il cambiamento climatico è uno dei problemi che affligge maggiormente gli abitanti della terra e nessuno Stato europeo, Olanda compresa, sembrano essersi mossi con vigore per contrastarlo”, ci racconta Dennis van Berkel, consulente legale di Urgenda.

L’organizzazione riunisce diverse associazioni ambientaliste che da anni lottano per la transizione ad una società sostenibile. Muovendosi tra energia rinnovabile e economie circolari, Urgenda considera la questione del cambiamento climatico una delle principali sfide dei nostri tempi. Fondata nel 2007, Urgenda riassume già nel nome, contrazione di ‘Urgent’ e ‘Agenda’, il suo un programma

“La Corte Suprema olandese sostiene da sempre il principio secondo il quale il governo può essere ritenuto legalmente responsabile per la mancata prevenzione di possibili danni all’ambiente”, ci dicono ancora da Urgenda. Questo è il caso del riscaldamento globale. Sostenuto da circa 900 cittadini olandesi, questo coordinamento di realtà ambientaliste ha deciso, per la sua battaglia, di ricorrere al giudice: “Secondo noi, prevenire i cambiamenti climatici non è solo un’azione moralmente e politicamente corretta, ma anche un obbligo legale che non può essere ignorato. Vivere in un ambiente sano e non inquinato è un diritto di tutti”, dice van Berkel a 31mag.

Dopo anni di battaglie in tribunale, lo scorso ottobre –negli stessi giorni in cui è stato pubblicato il report di IPCC – Urgenda ha vinto la sua anche in appello: il governo è ora obbligato dalla legge a specificare misure concrete per migliorare la qualità dell’aria.

Obiettivo per l’Olanda: diminuire le emissioni di CO2 del 25% entro il 2020. Riguardo la possibilità del raggiungimento del target, le prospettive di Urgenda sembrano essere più ottimiste rispetto a quelle di Greenpeace: “Dandoci ragione, la stessa Corte ritiene che il risultato possa essere raggiunto” spiega il consulente legale della fondazione.

Per sostenere le sue posizioni, Urgenda ha creato Report 2030, piano in cui l’organizzazione ha messo nero su bianco le sue politiche: “Il nostro report ha anche lo scopo di dimostrare la possibilità di raggiungimento degli obiettivi. E non serve aspettare il 2040 come indica il report ONU: i Paesi Bassi potrebbero riuscire ad ottenere un’energia 100% rinnovabile entro il 2030. Gli strumenti per creare una società più sostenibile sono già nelle mani del paese, dovremmo solo imparare a gestire i cambiamenti che il passaggio ad una situazione di maggiore sostenibilità comporterebbe. Una società sostenibile al 100% potrebbe offrire tante nuove opportunità, anche sul piano lavorativo” dice van Berkel.

Tutte queste possibilità, tuttavia, finiscono in secondo piano a causa degli ostacoli posti dai governi: in sostanza, il vero problema, sembra essere la mancanza di volontà da parte della politica. E questo vale anche per l’Olanda.

Il primo passo dovrebbe essere quello della chiusura delle cinque centrali elettriche a carbone ancora in funzione. “Greenpeace ha provato a convincere i proprietari delle centrali a chiudere, proponendo al governo di acquistarle. Ma il no è arrivato proprio dalla politica”, racconta sconfortata la Oulahsen.

 

Nucleare? Sempre no, grazie

La ricerca di alternative credibili, che possano guidare la transizione, ha persino riesumato l’antico dibattito sul nucleare: “Costruire una centrale nucleare è incredibilmente costoso e i recenti tentativi della Finlandia e degli Stati Uniti si sono conclusi nel nulla. Nessun governo, tanto meno quello olandese, andrà a contribuire a simili folli progetti”, parla chiaro la rappresentante di Greenpeace.

Il VVD, il partito liberale del premier Mark Rutte, ha proposto di rilanciare il nucleare come alternativa alle rinnovabili, considerate ancora non sufficienti a coprire il fabbisogno energetico. E soprattutto, poco remunerative.

“Quella del nucleare è una non-soluzione perché è troppo costosa”, dice van Berkel. Per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente, è di sicuro meno inquinante rispetto ad altre fonti di energia ma il rischio di disastri e il problema delle scorie, rimangono ancora aperti.

“Senza considerare i vari disastri finanziari che il nucleare ha causato in Europa. Nessuna organizzazione ambientalista sosterrebbe mai questa opzione”, afferma il consulente legale van Berkel. “Noi di Urgenda crediamo che le affermazioni del VVD siano uno dei tanti diversivi utilizzati dai politici per evitare di trovare una soluzione reale alla questione del cambiamento climatico”.

Ed è proprio contro questo ostracismo che Urgenda e i suoi membri si sono opposti e continueranno a opporsi: “Ci siamo rivolti alla corte proprio perché la politica non ha il potere di guidarci nella direzione di quel disastro ambientale annunciato anche dal report ONU. Si tratta di diritti umani: se nessun paese sta dimostrando un sufficiente rispetto delle condizioni ambientali mondiali, allora tutti i cittadini dovrebbero fare causa al proprio governo. È una questione di consapevolezza, volontà e scelta. Il nostro destino e quello del pianeta in cui viviamo sono nelle nostre mani”.


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