Michael Büker, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Decine di sodali del “boia dei Balcani”, condannato ieri in appello all’Aja per i fatti di Srebrenica nel ’95 e violazioni dei diritti umani in quattro comuni bosniaci, vivono liberi in Serbia con scarse chance di essere perseguiti, scrive Balkaninsight.

La morte di Milorad Pelemis, comandante in tempo di guerra del famigerato decimo distaccamento   dell’esercito serbo-bosniaco, lo scorso 23 aprile in Serbia ha ricevuto un’ampia copertura nel paese, con molti media nazionali che hanno sottolineato quelle che hanno descritto come le sue azioni “eroiche” durante la guerra in Bosnia.

Le accuse che Pelemis abbia avuto un ruolo nel genocidio di Srebrenica del 1995 sono state minimizzate ma la sua unità avrebbe, effettivamente,  massacrato almeno 1.000 bosniaci di Srebrenica a Branjevo Farm nel luglio 1995.

Il tribunale bosniaco ha condannato cinque membri dell’unità a un totale di 122 anni di carcere per il loro coinvolgimento, ma Pelemis non era uno di loro e non è mai stato incriminato per il genocidio di Srebrenica o altri crimini commessi durante la guerra in Bosnia.

Oltre 40 persone sono state condannate per Srebrenica dal Tribunale dell’Aia e dai tribunali nazionali in Bosnia-Erzegovina e Serbia. Altri 40 ex soldati dell’esercito serbo-bosniaco che sono stati incriminati o condannati per crimini di guerra vivono liberamente in Serbia e non verranno estradati in Bosnia, dice Balkaninsight.

Serbia e Bosnia-Erzegovina hanno un accordo sulla cooperazione legale, ma la Serbia non estrada i suoi cittadini in altri paesi quindi la questione dei crimini di guerra rimane senza una soluzione.

“La Serbia non ha mai accettato la sua responsabilità nella partecipazione alla guerra in Bosnia ed Erzegovina, né è pronta a collaborare”, ha detto a BIRN Murat Tahirovic, presidente dell’Associazione delle vittime e dei testimoni di genocidio, un’associazione bosniaca.

Tra gli alti ufficiali dell’esercito serbo-bosniaco e gli ufficiali di polizia accusati di genocidio in Bosnia-Erzegovina ci sono l’ex ufficiale dei servizi segreti presso il quartier generale dell’esercito serbo-bosniaco, Radoslav Jankovic, il capo della sezione dell’intelligence e membro principale dello staff della Drina dell’esercito serbo-bosniaco. Il capo dell’intelligence Svetozar Kosoric, e il capo della polizia serbo-bosniaca in tempo di guerra, Tomislav Kovac, diventato in seguito ministro degli interni in Serbia. Tutti e tre gli imputati di genocidio vivono liberamente in Serbia.

Ad oggi, Belgrado ha processato e condannato solo Brano Gojkovicper crimini legati a Srebrenica. Nel 2016, ha accettato un patteggiamento, ha ammesso la colpa ed è stato condannato a 10 anni di carcere.

Tuttavia, Gojkovic è stato condannato per crimini di guerra, non per genocidio, perché la Serbia non riconosce i massacri di Srebrenica come genocidio nonostante le sentenze dei tribunali internazionali.

La Bosnia ha cercato di ottenere un  procedimento anche contro Svetozar Andric, comandante della Brigata Birac dell’esercito serbo-bosniaco e in seguito capo di stato maggiore del Drina Corps dell’esercito serbo-bosniaco.  Andric è entrato in politica in Serbia ed è deputato; il suo partito è oggi parte della coalizione di governo.

Il problema principale, dice Balkaninsight, è che la maggior parte dei processi per crimini di guerra in corso in Serbia riguarda serbi bosniaci i cui casi sono stati trasmessi dalla Bosnia-Erzegovina. Ma la maggior parte di loro sono soldati o poliziotti di basso rango, o riguardano crimini di portata limitata.

Solo di recente la Serbia ha iniziato a processare alcuni casi contro i comandanti di unità o quelli che coinvolgono un maggior numero di vittime ma non si attiva “da sola”, esclusivamente su pressione della Bosnia.

La cooperazione tra Serbia e Bosnia-Erzegovina, Croazia e Montenegro nei casi di crimini di guerra rimane un problema, ha affermato un recente rapporto della Commissione europea sui progressi dell’adesione UE della Serbia: “La mutua cooperazione legale continua ad essere estremamente limitata nei casi di crimini di guerra”, afferma il rapporto.