“Meer of minder marokkanen?” (Più o meno marocchini?) Questa frase ha segnato il prologo dell’ultima vicenda giudiziaria di Geert Wilders, il controverso leader del PVV. Tutto è iniziato il 19 marzo 2014, durante la serata elettorale delle amministrative; la tv NOS trasmetteva la diretta dai quartier generale dei partiti, le impressioni sul voto, la retorica sulle conseguenze per il governo nazionale.

Una carrellata di immagini dalle sedi dei partiti e in generale un copione atteso: il voto aveva spazzato via le amministrazioni laburiste dalle grandi città, consacrando l’ascesa dei centristi del D66. Poco colore, poche sorprese e infondo una sola speranza per i media: mitigare il grigiore delle frasi di circostanza con qualche uscita fuori dalle righe di Geert Wilders. Lunga attesa ma ben riposta; quando le telecamere hanno trasmesso il discorso del leader dal quartier generale elettorale del PVV è bastata una manciata di minuti: prima l’attacco agli altri partiti, poi quel “minder, minder marokkanen” che è già storia:

Wilders non è nuovo all’aula di tribunale per incitamento all’odio: nel 2011 venne processato e prosciolto per frasi contro l’islam e i musulmani. Scrivevano i giudici nella sentenza di assoluzione di allora che le frasi del leader PVV -un paragone della religione musulmana con il nazismo e la richiesta di messa al bando del corano- erano certamente fastidiose e discriminatorie ma rappresentavano, pur al limite del consentito, esercizio della libertà di parola.

Questa volta, tuttavia è diverso, ha detto Ilse de Heer, portavoce dell’ufficio del pubblico ministero, al quotidiano Guardian: Wilders non può godere dell’immunità garantita alle opinioni espresse dai deputati in parlamento -immunità che l’ha già salvato in diverse occasioni- e le sue frasi non si rivolgono in maniera generica all’islam ma viceversa ad una comunità ben definita, quella marocchina.

Nonostante le proteste del leader PVV che ha definito i giudici “politicizzati”, sono in molti a ritenere che la possibilità di una condanna sia, questa volta, molto concreta. Qualora fosse ritenuto colpevole, Wilders rischia  un anno di carcere e una multa fino a 7000 euro.

Intanto il suo partito, seppur in calo di consensi rispetto ad inizio anno, rimane comunque la seconda formazione nei sondaggi: se si votasse oggi, sarebbe testa a testa con il VVD, la destra del premier Mark Rutte. Non stupisce, allora, che Widers cerchi disperatamente di incassare un ritorno elettorale dalla situazione: il tentativo di ricusare i giudici, la decisione di non presentarsi in aula, le invettive contro il “tribunale politico” sono stati diversivi che hanno attirato grande attenzione dai media.

La sentenza è attesa per dicembre e potrebbe segnare in maniera determinante l’esito della campagna elettorale.