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Quando i migranti erano loro: perché gli olandesi andarono in cerca di fortuna negli USA e in Canada

Tra il 1840 e il 1940, quasi 250mila olandesi lasciarono il Paese per cercare fortuna in Nord America

E’ difficile da immaginare ma anche gli olandesi hanno una storia di emigrazione; e non parliamo di spostamenti dai Paesi Bassi alle ex colonie ma di un vero e proprio flusso migratorio di centinaia di migliaia di persone che hanno attraversato l’Oceano per cercare condizioni di vita migliori nel Nuovo mondo.

Il portale “Historische Nieuwsblad” racconta che in un secolo, tra il 1840 e il 1940, quasi 250mila olandesi avrebbero lasciato il Paese per cercare fortuna negli Stati Uniti. E altre decine di migliaia, lasciarono l’Olanda nel secondo dopoguerra per stabilirsi in Canada.

I nederlandesi sono stati sempre i benvenuti negli Stati Uniti: ‘They are a good breed, we can use them,’ (sono una buona razza, possiamo usarli) diceva un senatore del Wisconsin parlando della comunità olandese e più in generale erano considerati “lavoratori, puliti e devoti” ; le differenze culturali con gli americani erano ritenute marginali, racconta ancora la ricostruzione di Historische Nieuwsblad.

Gli immigrati dai Paesi Bassi, soprattutto quelli che seguivano i precetti della Chiesa (protestante) riformata, si trovavano a loro agio tanto negli USA quanto in Canada a contatto con una popolazione in larga parte bianca e cristiana. Tuttavia, prosegue il portale, oltre a ritenersi superiori alle altre comunità di immigrati nei fatti riuscirono per generazioni a non farsi assimilare dal resto della popolazione e a conservare lingua, usi e culto portati “da casa”.

Chi emigrava dai Paesi Bassi? Nei libri di storia prevale la tesi della minoranza protestante in fuga da persecuzioni religiose ma in realtà dal 1841 -nel pieno della prima ondata migratoria- i comuni olandesi avevano riconosciuto la chiesa riformata e le persecuzioni erano cessate. Di fatto, quindi, gran parte dei protestanti o dei cattolici potevano, probabilmente, essere classificati come “migranti economici” al pari dei contadini e degli allevatori che partivano per cercare fortuna.

Hendrik Pieter Scholte, pastore protestante che aveva dato vita ad un sua congregazione, parlò dell’opportunità derivata dalla nuova terra, dove poter esercitare il culto e l’istruzione senza restrizioni. E inoltre dalle possibilità lasciate dalle autorità americane di poter gestire autonomamente le terre acquistate. 

Il cattolcio Albertus van Raalte, si recò nel 1848 con una comunità di circa 1000 tra uomini, donne e bambini verso gli USA e fondò tra Iowa e Wisconsin degli insediamenti, cercando poi di attirare altri coloni dai Paesi Bassi, soprattutto dal Brabante.

Le storie sulle meraviglie degli USA funzionarono e prima centinaia, poi migliaia di cattolici olandesi del sud si trasferirono nel Nuovo mondo.

Ma il viaggio non era privo di rischi: chi arrivava non sapeva cosa aspettarsi e le truffe da parte di agenti a danno dei migranti che sbarcavano ad Ellis Island erano molto frequenti. La chiesa protestante d’Olanda, che aveva una sua presenza a New York fin da quando la città era colonia olandese, organizzarono un vero e proprio servizio per proteggere gli immigrati e avviarli nei luoghi di destinazione.

Eppure, prosegue Historische Nieuwsblad, il sogno americano si rivelò ciò effettivamente era: un sogno. I nuovi insediamenti non avevano infrastrutture e la costruzione da zero fu difficile. Molti sognavano di poter possedere la loro terra ma in gran numero preferì muoversi in piccoli gruppi verso le città, soprattutto in New Jersey e Michigan. Coltivatori di fiori originari di Groningen si stabilirono a Detroit.

La seconda ondata migratoria dai Paesi Bassi, che iniziò nel 1940 per concludersi un decennio dopo, riguardò soprattutto il Canada e fu attivamente incoraggiata dal governo olandese.

 

 

 

 


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