The Netherlands, an outsider's view.

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MELTIN' POT NL

“Qui un nero dal vivo non l’hanno mai visto”. Cronaca di una giornata nella provincia dei “normaal”

La posta in gioco non è un pupazzo ma la convivenza tra la vecchia e la nuova Olanda

di Nicolò di Bernardo

 

Alla fine gli anti-Zwarte Piet ce l’hanno fatta a sfilare a Dokkum; a due settimane dal tentativo riuscito da alcuni gruppi di residenti di bloccare i manifestanti in autostrada lo scorso 18 novembre, gli attivisti di “Zwarte Piet is Racisme” e “Stop Blackface” hanno deciso di riprovarci questo 2 dicembre, a due settimane di distanza dall’intocht.

Questa volta però il governo ha preferito non rischiare, e ha optato per un massiccio dispiegamento di forze per garantire il corretto svolgimento della manifestazione. Al momento della partenza, ad aspettare i 3 pullman degli attivisti c’è una scorta da presidente: 7 camionette e varie moto, tutte raccolte ad hoc da varie regioni dei Paesi Bassi. Nella carovana, anche due carri attrezzi per scongiurare l’eventualità che a qualcuno fosse venuto in mente di bloccare nuovamente il percorso.

“E’ strano avere qui con noi la polizia” spiega alla prima sosta Redouane, uno dei manifestanti “ma in realtà vorrei che non fosse così inusuale. In fondo quello che fanno oggi è quello che dovrebbero fare sempre: garantire il diritto dei cittadini di esprimere la propria opinione. Non è stato fatto per tutte le altre proteste, e in tanti mi hanno chiamato dicendo che non sarebbero venuti. Avevano paura di essere picchiati comunque.”

La situazione in effetti ha dell’incredibile, anche per chi ha partecipato a molti cortei e manifestazioni. All’autogrill di Zurich, polizia e manifestanti hanno preso un caffè insieme e scherzato tra di loro. Ma già qui, 100 chilometri a nord di Amsterdam, ci sono stati i primi dissapori con i locali. Una cassiera ammonisce alcuni ragazzi “sappiate che qui siamo tutti a favore di Zwarte Piet. E’ tradizione, non razzismo.”

Sull’autobus, il clima è di festa ma tutti sono consapevoli del fatto che qualunque cosa sarebbe potuta accadere. Estremisti di Pegida, dice intanto il portale NOS, stanno cercando di mettere in atto una manifestazione non autorizzata. Un coordinatore prende il microfono e ci raccomanda di stare calmi: proveranno in tutti i modi a provocarci. Ma vanno ignorati.

Verso le 14 la carovana di manifestanti e forze dell’ordine ha raggiunto la sua destinazione, e sembra che il circo sia arrivato in paese. Dokkum, 12.000 abitanti e un sindaco cristianodemocratico (CDA) è quasi costretta a ricevere la Amsterdam antirazzista.

Il primo ad accoglierci è proprio lui: Zwarte Piet. Appena entrati lo troviamo in piedi tra le macchine in coda, che ci saluta col dito medio alzato. Ma il simpatico aiutante di Sinterklaas non è solo. Altri uomini, donne e anziani ci mandano a quel paese lungo la strada. Per ogni dito che spunta, i passeggeri scoppiano in una risata di stupore e salutano, come turisti ad una visita guidata. Oltre il vetro del pullman anche loro sono un po’ circo per noi: attori di uno spettacolo razzista esplicito e grottesco per chi vive in una città. Qualcuno scherza: “a quanto pare non hanno mai visto un nero dal vivo!”

Non serve conoscere i dettagli del dibattito su Zwarte Piet per capire che la calorosa accoglienza ha poco a che vedere con la scomparsa del simpatico aiutante di Sinterklaas. Piuttosto, le due parti si contendono qualcosa di più profondo e meno percettibile, ossia sia il riconoscimento o meno degli allochtoon come cittadini olandesi a tutti gli effetti, persone che incarnano e rappresentano la società “dutch”, con pieni diritti al pari dei concittadini “bianchi”. Compreso il diritto di cambiare una tradizione nata in epoca coloniale.

E questo è un tema che fa scintille, specialmente in una regione come Dokkum perché molti dei manifestanti saranno anche nati in Olanda da genitori nati in Olanda, ma hanno ancora la pelle di un colore che nel Friesland si vede di rado e malvolentieri, se quel colore non è abbinato ai merletti bianchi di un buffo Zwarte Piet.

Scesi dall’autobus troviamo ad attenderci altrettanti ufficiali di polizia. Hanno transennato la via che porta al centro come serve fare per idee impopolari e pericolose. La piazzetta designata per la protesta ha un solo ingresso autorizzato, presidiato dalle forze dell’ordine: gli altri accessi sono bloccati dalle camionette e da ufficiali a cavallo, che tengono a distanza un gruppo di ragazzi venuti a guardare. Altri locali autorizzati ad accedere alla piazza, si tengono a debita distanza dai manifestanti mentre ascoltano i discorsi degli ospiti chiamati sul palco. Una signora chiede ad un poliziotto di far alzare il cartello ad un ragazzo, per poterlo leggere meglio.

Gli interventi di “Zwarte Piet is Racisme”, “Stop Blackface” e altre organizzazioni si susseguono; non parlano solo dell’aiutante di Sinterklaas ma anche del colonialismo da cui è nato, del razzismo istituzionalizzato e dei meccanismi di profilazione razziale. “Non dipingeteci come neri arrabbiati, come ha fatto Mark Rutte. Io sono pieno d’amore, ma sono anche profondamente ferito dal modo in cui questa nazione tratta le minoranze, e sono stanco dei suoi discorsi pieni di odio velato. E so che molti qui la pensano come me” ha detto Jerry Afriyie. Racconta le ragioni di alcuni manifestanti, tra cui quella di una madre nera costretta a firmare un documento in cui prometteva che non avrebbe contestato la scelta della preside di avere uno Zwarte Piet per Natale.
La temperatura intanto ha toccato lo zero, ma il pubblico è ancora caldo: applaudisce con entusiasmo, canta cori e balla sulle note di vari artisti.

Insayno, rapper nero di Chicago, ha spiegato: “da piccolo ho sempre amato celebrare il giorno del ringraziamento con la mia famiglia. Poi mi hanno spiegato che stavo ringraziando dei colonizzatori per tutta la sofferenza che hanno portato in America. Da allora non lo festeggio più: ho trovato mille altri modi di ridere e scherzare in famiglia. Ed è stato semplicissimo.”

Alle 16.30 ormai è buio, ed è il momento di rientrare. La polizia ha scortato i manifestanti fino ai pullman, che li aspettano all’uscita del centro storico circondati da altre camionette e moto. Li raggiungiamo passando per un corridoio di transenne e persone. Di nuovo sfiliamo sotto gli sguardi silenziosi dei cittadini di Dokkum. Non si vedono le teste rasate dei nazi, ma i capelli ordinati di famiglie uscite per una passeggiata pomeridiana: probabilmente le stesse che celebrano con orgoglio un natale con Zwarte Piet. Una ragazzina, sì e no 13 anni, fa il grugno e grida qualcosa in olandese.
Ma c’è poco sconforto tra i manifestanti. Tornano a cantare e ballare sugli autobus in uscita da Dokkum, raccogliendo ancora i saluti e il dito medio di chi ha amato e odiato questa giornata. I passeggeri salutano entrambi, con una risata.

“Spero che la polizia sappia perché è stata qui tutto sabato, a prendere freddo. Spero abbiano capito l’importanza di quello che ci hanno permesso di fare con la loro presenza. L’importanza di una protesta che, a quanto pare, senza il loro intervento sarebbe stata impossibile. Sono la prova che questo non è un paese così inclusivo come si dice: perché se qualcuno come noi vuole esercitare il proprio diritto di manifestare, ha bisogno di molta più protezione.”

Sulla via del ritorno siamo costretti a fermarci per una decina di minuti. La polizia deve rimuovere alcuni pro-Piet, che cercavano di accedere all’autostrada scalandola dai lati. Un gesto mal riuscito e non necessario: ormai non c’è più niente da fermare. Dokkum ha sentito la voce dell’Olanda anti-Zwarte Piet. Ha sentito le motivazioni di chi lotta contro il mostruoso iceberg di ideologie razziste e colonialiste che tace sotto la superficie del consueto dibattito natalizio. E forse, qualcuno di loro avrà un’opinione diversa da difendere a tavola. Così si cresce in una democrazia: lentamente e a fatica, frenati dalle resistenze di chi vorrebbe non cambiare mai.