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Pride Amsterdam, attivisti “alternative pride”: festa inclusiva? Per partecipare alla parata ci vogliono 8mila euro

Nella Canal Parade troppe compagnie che strizzano l'occhio alla comunità LGBTIQ per opportunismo. Una presenza ingombrante che taglia fuori le piccole organizzazioni attive per i diritti della comunità

di Serena Gandolfi

 

L’Amsterdam Pride è uno degli eventi più attesi e partecipati della capitale olandese. Con esso, la Canal Parade: centinaia di barche in festa nei canali di Amsterdam che celebrano la comunità LGBTIQ. Ma il gigantesco party arcobaleno non è stato accolto da tutti con entusiasmo, e non stiamo parlando degli abitanti spaventati dalla baraonda che si riverserà nelle strade, ma proprio da loro, la comunità LGBTIQ.

We Reclaim Our Pride” è  stata l’alternative-pride che ha cercato di contestare alcuni (non tutti) partecipanti alla sfilata. Per il secondo anno di fila, attivisti della comunità LGBTIQ rappresenteranno una minoranza all’interno della festa della minoranza mainstream.

“Quello che contestiamo è il fatto che il Pride sia diventato un evento principalmente commerciale ed esclusivo. Una giornata per festaioli che non conoscono la vera storia delle nostre lotte” racconta So Roustayar, attivista LGBTIQ a 31 mag. “La logica stessa dell’accesso alla parata è elitaria e facilita le grandi aziende che non hanno proprio nulla a che vedere con i diritti LGBITQ, anzi spesso portano avanti politiche del tutto discriminatorie. Avere una barca significa investire 7,8 mila euro. Con queste cifre le piccole associazioni non hanno possibilità di sfilare e vengono sovrastate dalle grandi barche di compagnie pronte a convertirsi alla causa per un unico giorno all’anno”. Roustayar si riferisce a W-Hotel, ING, Uber, Google, così come altre compagnie che faranno bella mostra di sé nei canali seguendo l’onda del pinkwashing.

Le piccole organizzazioni LGBTIQ per poter partecipare sono costrette a farsi sponsorizzare da questi giganti: “le Sex Workers e la barca degli iraniani riusciranno a presenziare quest’anno solo perché sponsorizzate, i costi sono talmente alti che anche TransUnited riesce a partecipare una sola volta ogni due anni” spiega l’attivista. “Addirittura quest’anno gli organizzatori impediranno di portare alcohol e bevande sulle proprie barche, costringendo la gente a rivolgersi a stand e bar”. La soluzione che l’organizzazione ha proposto per le piccole associazioni sembra essere ancora più improbabile: veranno affittati veri e propri “lotti” d’acqua, nei quali le barche delle piccole organizzazioni potranno sostare per la modica cifra di 300-500 euro.

Come si legge nel manifesto di “We Reclaim Our Pride”, il Pride nacque 45 anni fa dai disordini di Stonewall (NewYork), rivolte capeggiate da Sylvia Riveira e Marsha P. Jonson. Erano moti di rivalsa di tutte le minoranze: LGBTIQ, ma anche blacks, rifugiati e classi povere. “Il Pride nasce dal desiderio di giustizia sociale ed ora è la vetrina di multinazionali che faticano a capire che esistano minoranze oltre a quella gay-bianca-occidentale (maschile)”.

È l’intersezionalità un altro dei temi molto importanti per “We Reclaim Our Pride”. La parata è spesso sinonimo di “gay pride”, ma la comunità LGBTIQ reclama l’inclusività e ancora di più il bisogno di battersi le minoranze escluse come quelle etniche o per la causa dei rifugiati: “Trovo assurdo che sfili anche la barca del Ministero degli Esteri, Mark Habers è uno dei maggiori promotori dell’espulsione dei richiedenti asilo. Il nostro slogan è ‘nessuno sarà libero finché non lo saremo tutti’. Sabato sosterremo le barche delle organizzazioni che lottano con noi, ma contesteremo tutte quelle che ci sfruttano per fare i loro interessi”.