The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Politics of Boredom, una mostra per ripensare la noia

Politics of Boredom è UNA mostra inaugurata il 19 settembre al Corridor Project Space di Amsterdam

di Emma Pelizza

Cover Pic: Some Pillars of the Earth (2018) di Matias Daporta

 

“Dobbiamo iniziare a chiederci se la noia possa causare lo sconvolgimento e la conseguente riorganizzazione della vita quotidiana: può diventare una forza collettiva per la creatività?”.  É questa la provocazione lanciata dal pannello introduttivo di Politics of Boredom, mostra inaugurata il 19 settembre al Corridor Project Space, piccolo spazio espositivo indipendente che si affaccia sull’IJhaven, a Veemkade.

L’esibizione fa parte dell’omonimo workshop, svoltosi il 20 e 21 settembre, ideato dalla Universiteit van Amsterdam insieme all’Amsterdam School for Cultural Analysis (ASCA), the Netherlands Institute for Cultural Analysis (NICA) ed Amsterdam Center for Globalisation Studies (ACGS).

Il segno distintivo dell’intero progetto è il suo carattere sociale ed inclusivo: unire riflessione accademico-teorica a quella artistica, creando un’occasione di scambio in cui personalità eterogenee (artisti, teorici, curatori, intellettuali ma anche semplici e curiosi spettatori) possano aprire un dialogo su un tema oggi controverso: la noia, protagonista dell’intera ricerca.

“Il nostro obiettivo è quello parlare delle ragioni e del potenziale della noia. Vogliamo reintrodurre la noia nella riflessione teorica, visto il continuo lamentarsi del poco tempo disponibile per riuscirci ad annoiare o semplicemente riflettere sui nostri problemi”, ha detto Aylin Kuryel, curatrice della mostra e cultural analys dell UvA, durante il suo discorso introduttivo alla mostra.

Una esempio dei Chance Encounters (2018) di Raşel Meseri

Le opere in esposizione negli spazi del Corridor Project Space sviluppano la loro riflessione sul tema da punti di vista molto differenti:  Firat Yücel con la sua serie di fotografie Louvre Spleen (2011) ci mostra come la noia sia diventata un elemento imprescindibile del nostro rapporto con l’arte, soprattutto quella istituzionalizzata; In Some Pillars On The Earth (2018) di Matias Daporta, un montaggio di video in cui l’artista viene messo in attesa dalle istituzioni culturali che contatta telefonicamente, la noia diventa l’ultima strategia burocratica utilizzata per demoralizzare i cittadini; è sempre la noia a guidare Raşel Meseri nel trovare le opere abbandonate che compongono i suoi Chance Encounters (2018) durante passeggiate notturne per le strade di Amsterdam nell’arco di diversi anni; Con Boredbox (2018) di Chai Vivan la mostra si trasforma invece in un ambiente in cui lo lo spettatore può decidere attivamente di annoiarsi: si tratta infatti di un gioco da tavolo il cui scopo è quello di annoiare il giocatore/spettatore tramite gli espedienti indicati nelle carte da gioco. Un esempio: scartare un kit kat e mangiarlo il più lentamente possibile.

Boredbox (2018) di Chai Vivan

Ci sono poi due installazioni video che si distinguono per il loro collegamento più diretto con la realtà sociale: Artikisler Collective con il loro Boredom (2015) documentano la noia che si è insinuata nello sciopero di 78 giorni  portato avanti dai lavoratori dell’industria di tabacco turca Tekel per opporsi alla chiusura di almeno 12 fabbriche; mentre con Precarity (2015) di Mieke Bal e Michelle Williams Gemaker la precarietà della donna contemporanea viene filtrata tramite la vicenda flaubertiana di Emma Bovary.

Nonostante le sfumature date dalle opere siano tante, il tentativo principale della mostra rimane quello di evidenziare come la noia sia in realtà un sentimento in cui potere immergersi per ritrovare la propria connessione con la creatività, e non quel negativo stato d’animo da cui tutti cercano di fuggire.

“Penso che la noia sia un tema molto interessante da affrontare perché nasconde tantissima creatività, aspetto che perdiamo di vista quando la etichettiamo come negativa. […] Ecco come dovrebbe essere considerata: qualcosa che si può scegliere” ha detto Sebastian Cordes, uno degli artisti che ha partecipato alla mostra. I protagonisti del suo film A place called Lloyd (2016), gli impiegati di una delle più vecchie compagnie aeree al mondo, la Lloyd Aereo Boliviano, hanno infatti deciso di scegliere la noia.  Nonostante la compagnia sia andata in bancarotta nel 2008 a causa della privatizzazione, lo staff ha continuato ad andare a lavoro ogni giorno. E lo fa tuttora.

“Ho scelto di lavorare su questo strano episodio perché mi è difficile comprenderlo: non riesco a pensare a me stesso come qualcuno che si sveglia alla mattina per andare a lavorare in un aeroporto non più funzionante, senza venire pagato. È qualcosa di assurdo,  gli stessi lavoratori ne sono consapevoli ma continuano comunque a farlo: è come se fossero alla ricerca di un significato. Per questo quando abbiamo iniziato a girare il film ci siamo imposti che tutte le inquadrature dovevano essere bellissime. C’è così tanta bellezza in quello che fanno, così abbiamo tentato di elevare la loro routine mostrando esclusivamente la parte bella della loro vita. ”

Frammento di A Place Called Lloyd (2016) di Sebastian Cordes

Forse dovremmo tutti imitare gli impiegati della Lloyd Aereo Boliviano e cominciare a fare qualcosa per il semplice e puro piacere di agire, senza fermarci a pensare alla sua utilità. Appassionarci e assuefarci alla noia e, perché no, trovare la poesia che in essa si nasconde.

D’altronde, se davvero come ha scritto Nietzsche: “Contro la noia anche gli dei lottano invano”, la lotta degli umani è allora davvero senza speranze.