The Netherlands, an outsider's view.

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CULTURE

Perché va a ruba la carta igienica in mezzo mondo?

Nelle ultime ore sui social è diventato virale un cartoon di Zerocalcare – Rebibbia quarantine – sulla spesa al tempo dell’isolamento forzato da coronavirus.

Nell’animazione il fumettista romano sogna e cerca di accaparrarsi gli ultimi ceci, legumi postapocalittici perfetti. Non trovandoli, è costretto a ripiegare sui würstel al cardamomo.

In un qualsiasi supermercato della capitale olandese, nelle stesse ore, si è verificato l’esatto contrario: fagioli e lenticchie sono andati a ruba (come del resto le salsicce aromatizzate probabilmente), ma i barattoli di ceci sono lì, intatti. Gap interculturale, lo avrà liquidato qualcuno.

A parte le battute necessarie forse a esorcizzare le paure, negli ultimi giorni in gran parte del mondo sono stati gli scaffali di carta igienica ad aver avuto la peggio. Negli Stati Uniti e Canada è stato limitato il numero di confezioni acquistabili, in Australia sono state assunte delle guardie private a tutela dell’agognato bene. Un giornale australiano ha deciso di lasciare otto pagine bianche in una delle ultime edizioni.

Se l’acquisto compulsivo di disinfettanti e mascherine è perfettamente comprensibile, quello della carta igienica resta un mistero. L’Organizzazione Mondiale della Sanità non la cita nelle proprie misure per contenere la diffusione del virus.

Anche nei Paesi Bassi, dove la paura per il propagarsi della pandemia non sembra aver ancora attivato quel meccanismo di sana protezione individuale e responsabilità collettiva, già da qualche giorno si rincorrono le immagini e i filmati di supermercati poveri di morbidi rotoli e clienti in fila alle casse con carrelli strabordanti.

Lì dove non arriva la profilassi di stato, è il panico a farsi strada tra i singoli e decidere cosa sia un bene di prima necessità.

E non è certo la prima volta. A proposito del meccanismo di accumulo “irrazionale” di scorte, non è un segreto che durante l’epidemia di influenza spagnola del 1918 le persone iniziarono a collezionare confezioni di Vicks VapoRub, che poco potevano contro la diffusione della malattia.

Ma perché proprio la carta igienica?

La carta igienica fu inventata nella Cina del XIV secolo dal Bureau of Imperial Supplies per l’imperatore. Solo nel 1857, però, l’americano Joseph Cayetty la battezzò “carta terapeutica” e iniziò a produrla industrialmente.

Economica, non è un bene deperibile e non è neanche facilmente sostituibile, anche se tutte le culture ne hanno fatto a meno per lungo tempo: dalle semplici mani alla spugna infilzata su un bastone nelle terme romane, dalle noci di cocco hawaiane alla lana di scarto usata per secoli dalla nobiltà di mezzo mondo, dalle “pezze degli agiamenti” come le descrive Giovanni dalla Casa nel suo Galateo ai vecchi e voluminosi elenchi telefonici. Per lungo tempo si è anche discusso di come gestire correttamente il prezioso rotolo: over, con svolgimento verso l’esterno, oppure under, nello scenario opposto.



Per una sociologia degli strappi

Come scrive lo studioso Grant Jun Otsuki, antropologo culturale dell’università Victoria di Wellington in Nuova Zelanda, la carta igienica ha molti “strati” simbolici.

Nella gerarchia della carta che abbiamo in casa, quella igienica non ha un valore per le cose che vi sono scritte o stampate ma un valore d’uso come i fazzoletti e i tovaglioli usa e getta. A differenza di un libro, la toilet paper entra nelle nostre abitazioni come una lavagna bianca che ha immediatamente a che fare con il suo essere un potenziale rifiuto e con la questione della pulizia. Ma in casi estremi serve anche come quaderno d’appunti: basti pensare a quelle immagini letterarie e da film in cui un personaggio affida le proprie memorie proprio a un rotolo di carta igienica.

Paradossalmente, le parole contenute in una Bibbia o nella Costituzione “in qualche modo non hanno alcun significato a meno che non possano essere scritte anche sulla carta igienica ed abbiano potenzialmente la stessa forza come se fossero scritte con carta e penna”: del resto, una Bibbia usata per pulirsi il sedere non è che un oggetto contaminato. Una carta igienica che serba una Divina Commedia non solo rovescia la gerarchia della carta ma consente una sorta di universalizzazione della versatilità che custodisce: se allontana da me un escremento, può condurre dovunque anche un significato.

Senza la possibilità di una costituzione scritta su quattro o otto veli, per Otsuki sarebbe addirittura impensabile la democrazia moderna.

Un oggetto rassicurante

Non c’è che dire: la toilet paper è anche rassicurante. Se il nostro concetto di sporco è relativo e culturalmente determinato, la sporcizia è ciò che non rientra in nessuna delle categorie con cui ordiniamo il mondo. Già negli anni ’80, l’antropologa Mary Douglas aveva intuito che la sporcizia è “materia fuori posto” ma è proprio così che assicura il funzionamento di un sistema culturale. Allo stesso modo la carta igienica sacrifica il suo candore per rimettere in sesto ciò che si è sporcato: il nostro corpo e la sua accettazione sociale.



Il panico da assenza di carta igienica

Venendo ai giorni nostri, il corona virus ha scatenato una corsa alla toilet paper di cui è già possibile ricostruire la genesi e i movimenti, proprio fosse un’epidemia nell’epidemia.

Il panico sembra essere iniziato a metà febbraio a Hong Kong, scatenato dalle voci dei social media secondo cui le importazioni dalla Cina stavano per crollare. Il fenomeno si è poi diffuso in Giappone alla fine di febbraio, nonostante il Paese importi una minima parte della sua fornitura dalla Cina. Accanto alle voci di un’offerta limitata di carta igienica, i social media hanno diffuso l’idea che la carta igienica e le maschere chirurgiche fossero fatte dello stesso materiale, alimentando ulteriormente i timori di una penuria. Da lì, l’acquisto in preda al panico si è diffuso in Australia, e poi in altre parti del mondo anglofono e non solo.

Le risposte della psicologia

Perché va a ruba la carta igienica? La mancanza di bidet o la ricerca di un effetto lassativo nella sintomatologia da Covid-19 non sono le cause reali. Da un punto psicologico, diverse sono le spiegazioni possibili.

Per Steven Taylor, psicologo e autore del libro La psicologia delle pandemie, la corsa alla carta igienica sarebbe una risposta comprensibile ed eccessiva allo stesso tempo. Dettata dalla sproporzione tra il rischio di contrarre il nuovo virus dagli effetti ancora poco conosciuti e la possibilità che abbiamo di controllarlo e resistervi. Soprattutto quando i messaggi che giungono alla popolazione non sono così chiari. Come dire, lavarsi le mani va bene ma fino a che punto può rassicurarci?

Sempre Taylor, in una recente intervista a The Independent, cita una seconda possibile causa, quella legata al disgusto. Durante le pandemie, le persone sviluppano una maggiore sensibilità alle cose disgustose e sviluppano strategie per evitarle: “il disgusto è come un meccanismo di allarme che ti avverte di evitare una certa contaminazione. Se c’è una connessione molto stretta tra la paura di essere infettati e il disgusto, quale strumento migliore della carta igienica per eliminare ciò che fa ‘schifo’?”

Altra spiegazione è quella secondo cui è il panico a generare ulteriore panico. Gli esseri umani sono creature sociali che guardano alle azioni dei propri simili per sapere cosa sia pericoloso e cosa no. Se media e social diffondono immagini di scaffali vuoti, tutti corrono a rifornirsi degli ultimi rotoli disponibili. Così, ben presto, la scarsità percepita diventa reale.

Una quarta ipotesi è la risposta probabilistica dell’individuo a un rischio collettivo: poiché alcune nazioni sono già in lockdown, la paura generale che il sistema non riesca a prendersi cura di tutti e la mancanza di direttive certe da seguire scatenerebbe una stima probabilistica nell’individuo che lo porterebbe a comprare il maggior quantitativo di toilet paper nel minor tempo possibile.

Se l’unico consiglio che un governo ci offre è di lavarci spesso le mani e di non stringerle quando ci incontriamo, un istinto di sopravvivenza ci obbligherebbe comunque a prepararci di fronte a qualcosa che è ancora poco conosciuto: se ognuno si prepara a modo proprio, la “psicologia di sopravvivenza” di chi fa la spesa troverebbe rassicurazione proprio nella carta igienica ben visibile sugli scaffali perché confezionata in pacchi voluminosi.



La crisi petrolifera e la carta igienica nipponica

Una quarta ipotesi è quella che cerca in un qualche precedente storico una possibile spiegazione.

Un primo esempio è quello che investe la memoria collettiva di una collettività. In Giappone, per esempio, fare scorte di carte igienica è già successo anche dopo il terribile terremoto del marzo 2011 e sarebbe scatenato proprio dal ricordo traumatico di un evento che risale all’inizio degli anni ’70, la bolla della toilet paper giapponese.

Durante la crisi petrolifera del ’73 in Giappone si sparse rapidamente la voce che il prezzo sarebbe aumentato da lì a poco: centinaia di casalinghe si radunarono davanti ai supermercati locali prima ancora che aprissero e riuscirono ad acquistare tutte le scorte in pochi minuti. Il consumismo della borghesia di Osaka e di Tokyo andava di pari passo col desiderio di pulizia e purificazione di un’intera classe sociale.

Che sia per desiderio di controllo, istinto di sopravvivenza o qualsiasi altra valenza simbolica, l’importanza della carta igienica è così radicata nelle nostre culture che quando si corre ad afferrare l’ultimo rotolo disponibile è come se fossimo in lotta col peggiore dei clienti, un altro noi stessi.