The Netherlands, an outsider's view.

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Perchè l’isola delle Rose non è un buon esempio per costruirsi uno Stato fai da te?

CoverPic: public domain

Chi in vita sua ha pensato di mollare tutto e aprirsi un baretto su una spiaggia caraibica? Quasi tutti, probabilmente. Ma chi ha pensato di costruirsene una di isoletta, mandandosi di fatto e di diritto anche a quel Paese? Pochi di sicuro. L’ingegnere bolognese Giorgio Rosa è uno di questi.

L’incredibile storia dell’Isola delle Rose

L’ “incredibile” storia dell’Isola delle Rose, a lungo dimenticata, da qualche settimana è stata rispolverata grazie all’uscita su Netflix dell’omonimo film di Sydney Sybilla. La Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose (o meglio, Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj) è il nome che l’ingegner Giorgio Rosa diede alla piattaforma artificiale di 400 metri quadrati a poco più di 11 chilometri a largo della costa tra Rimini e Bellaria-Igea Marina.

Ma è in quel “poco” che si nasconde la sua fama. 600 metri al di là delle acque nazionali italiane, una distanza sufficiente per non riconoscere la giurisdizione della madrepatria. 

Il primo maggio 1968, a due mesi dagli scontri di Valle Giulia a Roma, l’ingegner Rosa e un gruppo di amici salutano la nascita di un nuovo Stato Indipendente nel mezzo dell’Adriatico. Un piano e mezzo in cemento che col tempo sarebbero dovuti diventare quattro o cinque, con tanto di ristorante e ufficio postale. Con gli occhi di oggi, è più simile a un bilancione per la pesca e a uno scempio edilizio, che altro.

Le isole sono creature strane. Affascinanti e inospitali, da sempre racchiudono un ancestrale desiderio di fuga e la paura di rimanerne prigionieri. Isolati per l’appunto. Su un’isola si finisce per essere naufraghi, reclusi o affetti da deliri di onnipotenza.

Giorgio Rosa è un sedicente capo di Stato. L’isola esprime un governo anche se di fatto è abitata da un solo cittadino, il guardiano che ci dormiva. L’esperanto è la lingua ufficiale, anche se nessuno degli amici era in grado di parlarlo. L’inno ufficiale è “Timoniere, smonta di guardia!” tratto da L’Olandese Volante di Wagner.

Quasi dieci anni di lavoro e soli 55 giorni di esistenza. L’isola verrà occupata dalle forze di polizia italiane, sottoposta a blocco navale e demolita nel 1969.

Il film uscito nel 2020, liberamente ispirato alle vicende del tempo, non omette però solo degli elementi importanti della storia reale, avallando la lettura più “romantica” anche grazie alla consulenza storica di Walter Veltroni. Che la piattaforma sia stata costruita per far soldi non tassabili, per le simpatie repubblichine dello stesso Rosa o come base camuffata per l’at­tracco dei sommergibili sovietici, e non per un più generale anelito di libertà di un gruppo di quattro amici, qui conta in parte.

La pellicola commette gravi errori e valutazioni azzardate soprattutto nei pannelli in chiusura, dove le parti in gioco – Italia, Nazioni Unite, Consiglio d’Europa – sono chiamate in causa come il complotto dei soliti Golia contro l’anarchico Davide. Ed è lo stesso Rosa a ricordare in più di un’intervista come fosse stato Angelo Piero Sereni, professore di diritto internazionale dell’Università di Bologna, ad avergli assicurato l’ “impunità” in acque extraterritoriali, mentre il giurista Pasquale Paone pubblicò un articolo in cui sosteneva la tesi opposta.

L’isola delle Rose resta tuttavia un esperimento interessante che deve la sua vita agli esempi di altre micronazioni, entità fumose studiate dalla micropatrologia ma di cui poco si parla. Il principato di Sealand, una delle più celebri, è una micronazione situata a poche miglia dalla costa inglese. Si tratta di una struttura artificiale creata dal governo inglese durante la seconda guerra mondiale, occupata fin dal 1967 dalla famiglia di Paddy Roy Bates e dai loro compagni, che la proclamarono “principato con sovranità indipendente”. Anche se autodichiaratasi indipendente, nessun Stato del mondo la riconosce come Stato sovrano.

Dalla camerette di eccentrici adolescenti agli imperatori autoproclamati, l’elenco delle micronazioni è lungo ma la questione resta: era ed è possibile costruirsi un proprio Stato personale?

Author: Ryan Lackey | Source: Flickr | License: CC BY 2.0

Seline Trevisanut, esperta di diritto internazionale e docente all’Università di Utrecht, ci ha raccontato cosa di sbagliato si nasconda dietro l’idea di fondarsi uno stato a propria immagine e somiglianza.

Come si diventa uno Stato?

“Non esiste un iter per il riconoscimento di uno Stato.  Il riconoscimento è un atto declaratorio e non costitutivo – ricorda l’espertaSu questo punto si è dibattuto a lungo in passato. Oggigiorno la posizione dominante lo considera un atto dichiarativo che ha effetti giuridici. Uno Stato è tale anche se non riconosciuto dagli altri Stati: le tre condizioni per l’esistenza di uno Stato sono di avere un territorio, una popolazione stabile e un governo di tipo esclusivo. Se uno Stato vuole però entrare nelle relazioni internazionali, deve essere riconosciuto dagli altri Stati. Un atto di riconoscimento – pieno o parziale – è necessario per le relazioni internazionali ma non pregiudica l’esistenza di uno Stato. Dalla Cina a Taiwan a Israele la lista è lunga. Negli ultimi decenni, soprattutto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si è diffusa la pratica di riconoscere una nuova entità statale nel momento in cui viene ammessa alle Nazioni Unite. Essere membro delle Nazioni Unite significa essere generalmente riconosciuto dalla comunità internazionale”.

Microstati e micronazioni

“Nel diritto internazionale – racconta la studiosa – non c’è un requisito minimo di territorio o popolazione per essere considerato uno Stato. Estensioni  minime (basti pensare al Lichtenstein, Andorra, il Principato di Monaco o il Vaticano) o ridotte dimensioni della popolazione (stati insulari come le Figi o le Isole Marshall hanno popolazioni di poche decine di migliaia di abitanti) non sono rilevanti. La definizione di microstato indica proprio questi stati ridotti in dimensione che poi spesso si alleano con stati più grandi anche per quanto riguarda il funzionamento del loro territorio: il Principato di Monaco, ad esempio, ha un accordo con lo Stato francese per quanto riguarda l’erogazione di servizi, infrastrutture, forniture e via dicendo”.

È vero che lo spostamento delle acque territoriali da 6 a 12 miglia fu preso in seguito alla vicenda dell’isola?

“Assolutamente no. Tra gli anni ’50 e ’70, quando poi iniziarono i negoziati che hanno portato alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), le rivendicazioni degli Stati sulle acque erano molto disomogenee e comprese tra 3, 6, 12 e le 200 miglia nautiche”. Per tutto il XVIII e XIX secolo l’estensione del mare territoriale era ancora giustificata su base scientifico-tecnologica: storicamente, per esempio, le tre miglia derivavano dalla misura derivante dallo sparo del cannone – la porzione di acqua che poteva essere difesa da terra – secondo la regola sviluppata dal giurista olandese Cornelis van Bynkershoek. “Con l’evoluzione tecnica non solo gli Stati sono stati capaci di difendere una porzione di mare maggiore ma avevano anche l’interesse di estendere le acque territoriali per motivi economici e legati allo sfruttamento della pesca. Già nel dopoguerra molti Stati hanno cercato di portare le miglia da sei a dodici, mentre i nuovi Stati anche nati dalla decolonizzazione hanno dichiarato dei mari territoriali molto più estesi delle 6 miglia. Quando nel ’73 iniziano i negoziati per la Convenzione conclusasi il 10 dicembre 1982, non essendoci una regola precisa, si è deciso di fare una valutazione della prassi adottata a quel tempo: siccome la maggior parte degli Stati rivendicava le 12 miglia, si decise per questa misura nonostante le eccezioni di alcuni Paesi, come quelli sudamericani che pretendevano le 200 miglia: la zona economica esclusiva – l’area del mare, adiacente le acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha alcuni diritti sovrani – nasce come tentativo di mediazione tra le diverse richieste. Dubito che qualcuno dei negoziatori del trattato, compresi quella della delegazione italiana, sapesse dell’esistenza dell’Isola delle Rose o che abbia influito nelle scelte prese”.

Cosa succede in “alto mare”?

L’alto mare – l’area posta di là dalla Zona economica esclusiva – è aperto a tutti gli Stati sia costieri che privi di litorale per quanto riguarda la libertà di navigazione, sorvolo, posa di cavi e condotte, la costruzione di isole artificiali, lo sfruttamento della pesca e la ricerca scientifica. Tutti fini pacifici dunque. Le navi da guerra possono eseguire attività operative in alto mare (test, prove di armi, raccolta di informazioni e sorveglianza) ma nel rispetto dei diritti degli altri Stati. “L’alto mare non è una zona al di sopra della legge dove ognuno è libero di agire come crede. Non è terra di nessuno ma una proprietà di tutti. Lo stato costiero ha il diritto di controllare l’attività svolta in alto mare, soprattutto se questa ha un impatto diretto sulla sua sicurezza e il suo ordine. Lo Stato rimane responsabile per quello che succede ai suoi cittadini. Il collegamento di giurisdizione tra cittadini e stato rimane. E per fortuna! Se qualcuno è sottoposto a violenze in alto mare, lo Stato può ancora intervenire per proteggerlo. Oltretutto esiste un principio e una consuetudine nel diritto internazionale, poi ratificata dai trattati, secondo cui l’alto mare non può essere oggetto di appropriazione da parte di nessuno Stato”.

L’Isola delle Rose può essere considerata uno Stato?

“In quegli anni l’Italia aveva un mare territoriale di sei miglia. Molti credono che l’Isola delle Rose fosse in alto mare e che pertanto non soggetta alla giurisdizione italiana. Già all’epoca però l’Italia aveva una piattaforma continentale, che si estendeva oltre le sei miglia. La costruzione di qualsiasi installazione già in base a un trattato del ’58 prevedeva l’autorizzazione dello stato costiero. Nel momento in cui si decide di piantare dei pilastri sul fondo del mare della piattaforma continentale, bisogna chiedere l’autorizzazione per l’occupazione di suolo pubblico. La piattaforma continentale può essere usata solo da e con l’autorizzazione dello Stato pertinente. La colonna d’acqua e la superficie sono invece considerate alto mare: ciò significa che l’Italia non ha controllo territoriale su quello che succede in quello specchio d’acqua perché tutti gli stati sono liberi di esercitare le libertà dell’alto mare, che tuttavia non sono libertà individuali per i singoli cittadini. 

Quale ruolo gioca il Consiglio d’Europa?

In uno dei cartelli conclusivi del film si ricorda che il Consiglio d’Europa dichiarò di non potersi esprimere in merito alla contesa tra Stato Italiano e Isola delle Rose perché l’isola risultava al di fuori delle acque territoriali, riconoscendola implicitamente come Stato indipendente. È plausibile? “Il Consiglio d’Europa – spiega Seline Trevinasut- è competente solo per le questioni che rientrano nella giurisdizione degli Stati membri. Anche se fosse stata riconosciuta una violazione dei diritti umani dei “residenti” sull’isola delle Rose in quanto cittadini italiani, ciò sarebbe stato un conflitto individuo-stato e non avrebbe significato il riconoscimento dell’isola come stato. Il fatto che il Consiglio d’Europa non si riconosca competente, non significa affatto un riconoscimento dello Stato”

L’attacco all’isola fu “l’unica invasione militare” compiuta dalla Repubblica italiana? 

“Tecnicamente l’invasione non può essere definita tale proprio perchè l’isola non era riconosciuta come Stato. Il motivo giuridico e forse più politico era che se l’isola delle rose era utilizzata per svolgere attività considerate illegali sullo stato italiano da parte di cittadini italiani e con partenza dei clienti-turisti dall’Italia, era evidente la connessione diretta con il territorio italiano. La base operativa era comunque l’Italia, che aveva l’interesse a intervenire per sapere cosa succedesse sull’isola”.