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Nonostante la condanna unanime contro le violenze compiute a danno dei 700.000 Rohingya, una minoranza musulmana dell’ex Birmania, nessuna sanzione è stata imposta contro il governo della ex premio nobel Aung San Suu Kyi, considerata responsabile.

Tentativi a tal fine sono stati bloccati in Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dalla Cina, probabilmente per timore che una richiesta di condanna analoga potesse giungere anche per la questione uigura. E il Tribunale penale internazionale ICC, che può giudicare solo individui, non è riconosciuto dal Myanmar. E così l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, non potendo a sua volta muoversi contro un singolo Stato, ha dato incarico al Gambia, un paese a maggioranza islamica, già dilaniato da 22 anni di regime e di sistematica violazione dei diritti umani, più sensibile per questo motivo a queste istanze.

La questione, spiega NOS, è estremamente tecnica: la definizione di “genocidio” è controversa e il rappresentante del Gambia dovrà dimostrare che c’era un’intenzione di sradicare un gruppo nazionale, etnico, religioso o razziale, in quanto tale, in tutto o in parte. Questo intento non è genericamente un crimine di guerra ma ha un’aggravante specifica, anzi l’aggravante: oltre alla violenza sistematica contro una comunità c’è l’intento premeditato di effettuare una “pulizia etnica”.

Il Myanmar ha sempre negato queste accuse. Il paese definisce i rapporti che parlano di genocidio “unilaterali” e “fuorvianti”: si dice che l’esercito abbia preso provvedimenti contro i ribelli rohingya perché hanno effettuato attacchi contro unità militari e posti di polizia nell’estate del 2017.

Il Gambia sta discutendo il suo caso oggi, il Myanmar potrebbe difendersi domani. Per questo, la premier Aung San Suu Kyi si è recata personalmente a L’Aia, un caso più unico che raro. Apparentemente, la ragione della presenza visibile di Suu Kyi è per difendersi personalmente da queste pesanti accuse, magari con l’intento di capitalizzare per le elezioni del prossimo anno.

I Paesi Bassi e il Canada hanno annunciato ieri in una dichiarazione congiunta di sostenere il Gambia nel caso. Entrambi i paesi “esploreranno tutte le possibilità di sostegno e assistenza” e richiederanno anche ad altri paesi per fornire assistenza.